28 di febbraio del l828 Carissimo Signor mio, Spero che a quest'ora quella mosca importuna del B ed I C E non sussurri piu* intorno alla vostra testa. In quel passaggio non vi e* mistero alcuno, e dessi prendere alla mera lettera. Puo* ad esso paragonarsi quel passaggio famoso dell'Ariosto in cui il moribondo Brandimarte dice ad Orlando: $$Ne@ men ti raccomando la mia Fiordi... ma dir non pote@ ligi, e qui finio.$$$ Cosi* Dante, di cui la riverenza s'indonnava, voleva dire Beatrice, comincio* con B (pronunzia Be, all'italiana) ma dir non pote@ atr, poiche@ la voce manco*, e con ICE finio. Rileggete quel passaggio dell'ultimo canto del Purgatorio in cui Dante dice ch'ei dinanzi a Beatrice stava "Come color che troppo riverenti (ma quella riverenza che s'indonna di tutto me ecc.) dinanzi a suoi maggior parlando stanno, che non traggon la voce viva ai denti, e forman le parole senza intero suono (Be(atr)ice)'; talche@ Beatrice gli disse: prendi coraggio "Si* che non parli piu* com'uom che sogna.' - "Mi richinava come l'uom ch'assonna.' - Quel "come l'uom che sogna' esprime appunto il proferire delle parole spezzate, come facciamo talvolta parlando fra 'l sogno; e quel come l'uom ch'assonna esprime il chinar la testa innanzi alla donna, come la china uomo sonnacchioso. Son mille i casi in cui si videro uomini confusi balbettare e ringhiottir le sillabe innanzi ad altissimi personaggi. Narrasi che, mentre passava Napoleone per piccola citta* della Lombardia, il Podesta* destinato a fargli allocuzione comincio* a dirgli: "Imperial Maesta*, e* tanta la nostra gioia che ... che ... che ...' (ecco l'immagine di Dante, a proposito). E Napoleone riprese: "E* tanta che non potete esprimerla; ed io ve ne sono tenuto.' Considerate ora il passaggio, e sara* chiaro. Riguardo alla difficolta* che v'insorge intorno alla coronazione di Arrigo, e* da sapersi che la sacra unzione unita alla coronazione credevasi il compimento indispensabile pel carattere d'Imperatore, senza di che non era tenuto un vero unto del Signore: "Christus a sacro chrismate salutis.' Tanto e* vero che, quando il Papa (Giovanni XXII) sdegno* di consecrare Ludovico il Bavaro, successore di Arrigo, costui creo* un Antipapa espressamente / per farsi ungere. Napoleone uso* ogni arte per adescare Pio VII a spargerlo di sacro olio, e fu lieto quando l'ottenne. Se vi rammentate di quanta importanza era un tal funzione presso gli Ebrei, non vi fara* maraviglia che sia tenuta in gran conto presso i posteri. Senza quel mistico umore l'eletto non e* creduto confermato da Dio al governo de' popoli, e non vien riguardato come cosa santa. Arrigo dunque doveva farne gran caso, per aver la sanzione del cielo e l'ultimo sigillo al suo imperial carattere. Era consuetudine che quella funzione dovesse farsi nella basilica Vaticana; e non era permesso il farla altrove; e percio* i Guelfi si erano impadroniti di quella parte. Essi credevano con fondamento che, se Arrigo non s'incoronasse ed ungesse cola*, non potesse ricevere l'ultimo compimento alla sua dignita* in qualsisia altro luogo. Vi fu bisogno di una sommossa popolare, e quasi d'una rivoluzione, per costringere i cardinali riluttanti a cangiare per quella solennita* il Vaticano pel Laterano. Udite gli storici&1&&: $$Caesar, his pertemptatis proposito deficiens, ut se apud Lateranum coronarent sollicitavit cardinales. Illis asserentibus Nefas esse a papali constitutione rescriptisque discedere, litterarum contextum moremque longaevum allegantes: replicanteque Caesare necessitatem legem tollere; per ipsum non deficere ad urbem, papali missione profectum, coronam accipere; nec dubium Papam emologaturum etiam ex post facto, si quid inhabilitatis in tanti consummatione negotii fuerit. Cardinalibus vero non assentientibus, Caesar populum romanum in concilium evocavit, has proponens facti angustias, quidque expediat consultans. Ex plebiscito itaque obtentum est cardinales reipublicae suasionibus, precibusque coronam dare; sin autem coercendos per tribunos populumque romanum. Reluctantibus itaque cardinalibus, plebs commota est in illos excandescens, iamque furore accenso intra militias, Caesarem affati sunt, se ad Papam facti tenorem direxisse, responsumque speratum intra Iulias Kal. praestolari. Haec velit in mansuetudine persistens maiestatem caesaream Sacrosanctae Ecclesiae monimentis institutisque obtemperare, obsequi, sic omnia prosperari. Circumspectus Caesar remisso animo dictis acquievit, concione sedata demissaque. (Albertino Mussato, Hist. Aug. Hen. VII, lib. viii, rub. 7) Differentibus autem cardinalibus coronationem Regis, et deprehenso quodam cum literis papalibus, quibus ipsis cardinalibus Papa Regis coronationem interdixerat, eisdemque destructis, ex persuasione Hostiensis, qui ghibellinus fuit, multitudo Romanorum irruit in palatium regis. Et requirente rege quid vellent? illi se velle occidere voratores cardinales dissentientes dixerunt, qui stipendia militum devorarent. Et sic territi cardinales Regi in ecclesia Lateranensi unctionis et coronationis imperialis insignia impenderunt. (Alberto Argentoratense) Dum igitur Caesar cardinales ut ipsum ad Lateranum coronarent sollicitaret, asserebant isti nefas esse a papali constitutione rescriptisque discedere, litterarum contextum moremque allegantibus. Caesar e contrario necessitatem legem tollere adserebat, populum etiam concitabat, ut facto plebiscito hoc cardinalibus iniungerent. (Struvio, Vita di Arrigo)$$$ 28 di maggio del l828 Carissimo e generosissimo Signor mio, La nuova vostra lettera mi e* nuovo argomento del vostro bel cuore; ma quand'anche fossi io cosi* poco dilicato da trarre vantaggio dalla vostra amorevolezza&1&&, veggo chiaro che vano sarebbe il vostro sforzo per due ragioni; e son le seguenti. Ia Il male della nostra faccenda non e* gia* derivato dal non aver io abbastanza dimostrato, ma bensi* dal non aver altri letto quel che io ho scritto. Or come potremo noi lusingarci che coloro che hanno condannato il mio lavoro senza averlo letto, o almeno senza averlo ben letto, vorranno poi leggere quello ch'io scrivero* in seguito? E v'e* di piu*: se si sono annoiati a leggere la Divina commedia da me esposta, poema che ha tanto credito ed opera principale di Dante, come sperare che vorranno leggere la Vita nuova da me esposta, opuscolo che vien creduto il peggiore di Dante, e che sembra in apparenza essere il lavoro di una mente frenetica? Il senso letterale della Divina commedia ridonda almeno di grandi bellezze poetiche; ma quello della Vita nuova (voi lo conoscete qual sia) sembra povero anche di esterna leggiadria, anzi ridonda e formicola di stravaganze ad ogni pagina, per non dire ad ogni linea. Prima che io fossi entrato nello spirito di quel libercolo, l'ho letto con un fastidio e con una svogliatezza che giungeva alla nausea; e cio* accaderebbe molto piu* ne' lettori che sono men passionati di Dante. Io son quasi sicuro che, se ho avuto venti lettori del mio lavoro / sul poema, della mia esposizione della Vita nuova non ne avrei neppur cinque. Persuadetevi, o dottissimo amico, che i Lyell son rari da per tutto, e rarissimi (per non dir unico) in Inghilterra. IIa E cio* che or diro* e* anche piu* forte. Se i miei oppositori trovan male ch'io abbia spiegato un'opera in gergo con altre opere in gergo (secondo dalla vostra ultima lettera ritraggo), questo voluto difetto sarebbe anche nella mia interpretazione della Vita nuova. Eccetto una ventina di timide dichiarazioni di Dante, che io potrei raccogliere dalle altre sue opere, e principalmente dal Convito, che fu scritto per gettar lume sulla Vita nuova (come lo stesso autore dichiara), eccetto cio*, ripeto, tutto il resto nol potrei interpretare che con la critica, l'istoria, l'induzione, e con l'esame comparativo di altre poesie e prose di quel secolo. Or tutto cio* vien creduto un nulla dai nostri oppositori. Essi seguirebbero a dire che sono mie industrie, o mie fantasie, tutte le ragionevoli conseguenze che trar potrei dalle premesse stabilite. Una dimostrazione a priori in simili cose non puo* assolutamente ottenersi; poiche@ que' cauti e tremanti settari non avevano voglia di farsi bruciar vivi per soddisfare la nostra curiosita*. Potrebbe esservi dimostrazione a priori qualora esistesse un manoscritto o di Dante, o di altro contemporaneo, in cui si dichiarasse il valor reale di ogni termine o frase convenzionale del gergo. Ma se un tal manoscritto esistesse, non si sarebbe tardato cinque e piu* secoli per conoscere la ricercata verita*; tutto sarebbe gia* spiegato; e l'interprete (se io avessi un tal manoscritto) non sarei piu* io, ma quel manoscritto. Caro Signore, i miei schernitori son di mala fede. Accordano che le mie interpretazioni allegoriche sien giuste, ingegnose e vere; e poi deridono le mie interpretazioni politiche, perche@ io ho spiegato il gergo col gergo e non posso produrre monumenti antichi per una dimostrazione a priori. Ma quella parte che essi approvano e* esposta per lo piu* con la critica. Questa e* dunque buona per cio* che lor va a genio, e non e* piu* buona con cio* che loro non va a sangue? Resumendo dunque le mie idee, vi dichiaro che le dimostrazioni ch'io potrei fare intorno alla Vita nuova (e che faro* e / v'inviero* a suo tempo, se Dio mi da* agio e vita) son di quel genere che questi Signori or approvano ed or condannano. Ma siccome tali interpretazioni riguardano quella parte ch'essi deridono, cosi* le deriderebbero quasi sicuramente. Per esempio. Se io esponessi (supponete) il significato di qualche parte della Vita nuova con quella stessa plausibilita* con cui ho interpretato quel sozzo epigramma "O tu che sprezzi la nona figura', sorgerebbero a dire che la nona figura I non e* gia* iniziale d'Impero, ma di Iddio, e ch'io la torco con industria a spiegare le mie fantasie. Rechero* un altro esempio che fa piu* ad rem. Io posso dimostrare con dichiarazioni di Dante che la potesta* imperiale impressa nell'anima del settario era cio* che chiamavasi Madonna e Donna; talche@ di un tale immaginario oggetto era il tipo fuori di essi nell'Imperadore che avea una tal potesta*, e l'archetipo dentro di essi nella loro mentale immagine; onde una tal donna era nel punto stesso si* l'Imperadore che l'anima dell'imperiale, contemplante quell'oggetto; e da cio* gli uomini eran chiamati donne (metafisica stranissima!) Cosi* la cosa contemplata e l'anima del contemplante si compenetravano e divenivano una cosa sola. Onde e* scritto: $$Amore giunge e unisce l'amante colla persona amata; onde Pittagora dice: "Nell'amista* si fa uno di piu*.' E perocche@ le cose congiunte comunicano naturalmente intra se@ le loro qualita*, incontra che le passioni della persona amata entrano nella persona amante. (Convito, pag.191)$$$ E da cio* nacque che "Per donna gentile s'intende la nobil anima d'ingegno' (Convito); onde il Guinicelli, parlando di se@, scrisse: "Donna, Dio mi dira* ... stando l'anima mia a lui davante.' Provato appieno cio* ch'e* qui solo accennato, verrei a dimostrare che questa bizzarra dottrina settaria, ed a' settari nota, indusse Dante a chiamare Madonna Beatrice l'Imperadore contemplato dall'anima sua. Talche@ questa Madonna / era si* fuori di Dante che dentro di Dante; si* Madonna Arrigo che Madonna Anima di Dante contemplante Arrigo. Or va, e non ridere di Rossetti per questa bella scoperta! Va, e non crederlo un matto da catene! Eppure questo e*. Dopo cio* dimostrerei che Dante, appoggiandosi a simulate immagini di religione, ci ha presentata la sua Idea Madonna come un oggetto ch'era fuori di lui, mentre era dentro alla sua mente contemplante; e che cio* ch'e* difficilissimo a concepirsi da noi era cosa facile ed ovvia ai settari della setta d'amore. Quindi diverrebbero chiare quelle parole tanto enigmatiche della Vita nuova: $$Dico che io poggiai la mia persona simulatamente ad una pittura ecc... levai gli occhi, e mirando le donne, vidi tra loro la gentilissima Beatrice. Allora furono si* distrutti li miei spiriti per la forza che Amor prese, veggendosi in tanta propinquita* alla gentilissima donna, che non ne rimase in vita piu* che gli spiriti del viso; ed ancora questi rimasero fuori degli loro strumenti, perocche@ Amore voleva stare nel loro nobilissimo luogo per vedere la mirabile donna ecc. (Vita nuova, pag.21) Tralle parole, ove si manifesta la cagione di questo sonetto, si trovano dubbiose parole; cioe* quando dico che Amore uccide tutti gli miei spiriti, e li visivi rimangono in vita, salvo che fuori degli strumenti loro. E questo dubbio e* impossibile a solvere a chi non fosse in simil grado fedele d'Amore; ed a coloro che vi sono e* manifesto cio* che solverebbe le dubbiose parole. E percio* non e* bene a me dichiarare cotal dubitazione, acciocche@ il mio parlare sarebbe indarno, ovvero di soperchio. (ivi., pag.22 al fine, e 23 al principio&a&&)$$$ Tra queste stesse frasi che ho qui trascritte, alcune ve ne sono che non ho esposte, per non dilungarmi; ma di tutto posso render ragione. E sappiate che tutto questo luogo della Vita nuova riguarda il Purgatorio. Ecco di qual genere sono le fantasticherie di quella setta: io vi ho recato questo solo esempio de' moltissimi che taccio. Posso io esporre cio*, o amico gentilissimo, dopo che ho veduto quanto i lettori son mal disposti a simili astrazioni? Le idee de' secoli son molto cangiate. Noi non / sappiamo piu* divenire contemporanei di cinque o sei secoli passati. Queste metafisicaggini, con cui allora que' poveri perseguitati comunicavano tra di loro, ora sembrano cose o improbabili o stravagantissime; e chi l'esponesse passerebbe per matto. Io m'era lusingato di avvezzare a poco a poco il secolo nostro a fissarvi lo sguardo, ma avendone veduto la mala accoglienza, mi ritiro. Quelli che mi hanno beffato non hanno consumata la testa sugli enigmatici volumi di quella eta*, e si figurano che mi ho inventato io quel che solo ho interpretato. Il concetto della Divina commedia e* si* chiuso che, morto che saro* io, e* probabile che non si aprira* giammai, e percio* non perdonero* a fatica per menare a termine il mio lavoro, anche che non debba da me pubblicarsi. Ove trovare un uomo che voglia sacrificare tanto tempo alla meditazione di tai cose? Un uomo che, esiliato dall'Italia, venga in paese libero per poter far conoscere il frutto delle sue meditazioni? Un uomo che, non avendo speranza di cola* piu* ritornare, non tema di attirarsi lo sdegno della corte di Roma, che non mai perdona? E chi volete che si avventuri a far tanto, dopo il mal esito della mia intrapresa? Che voglia, conoscendo Dante a fondo, esser deriso da chi non lo conosce? Se io avessi preveduto cio* che accader mi dovea, mi sarei limitato alla sola sposizione letterale; cosi* avrei risparmiato gran fatica e avrei avuto piu* successo; poiche@ lo stesso signore Ottuso confessa che io sono Acuto nella interpretazione della lettera. Ne@ chi mi beffa e* da condannare intieramente. La illusione letterale e* cosi* illusoria che sembra impossibile che vi si annidi tutto cio* che realmente vi ha. Anzi vi dico che gli stessi settari ghibellini si gabbavano di Dante, nella credenza ch'egli avesse scritto un poema sacro. Egli in gergo dice che dove@ molto faticare a dissuadere gli amici suoi dalla illusione prodotta da si* fallace apparenza. Se dunque riusciva difficile a lui il persuadere gli amici suoi del contrario, come e* possibile che sia facile a me il persuaderne i miei contemporanei? Se avessi trovata buona fede e docilita* ne' miei lettori, ne sarei giunto a capo di sicuro; non avendo cio* trovato, meglio e* ritirarmi dalla impresa. Finiro* l'ope/ra per mio divertimento, e per farvi vedere sempre piu* che non mi sono ingannato. Mi bastera* l'approvazione di un Lyell e di qualche altro. Per continuare la pubblicazione avea bisogno non di rabbiosi censori, ma di amorosi incoraggiatori. Non vi sono, ed io cesso. Possa l'esempio mio insegnare a chi verra* dopo che ... Ma non voglio fare ne@ auguri, ne@ pronostici. Il certo e* che il voler fare il riformatore, e il volersi attirar censori, son sinonimi; e tristo chi comincia. Chi si mette alla prima linea e* bersaglio delle palle ostili; chi e* alla seconda, trova meno contrasto; e quei che seguono colgono la palma. Io ho subito il mio destino, ed altri ne avra* forse il frutto. Pazienza! Eccovi accennate, o mio Signor generoso, (quantunque in disordine e in fretta) le ragioni che vengono in soccorso della mia natural dilicatezza per dissuadermi dall'accettare la vostra offerta generosa. Voi fareste una spesa inutile pe' nostri contemporanei, ed io una fatica o vana o anche pericolosa. Quando ho chiamato scudo d'Atlante la esposizione della Vita nuova ch'io posso fare, mi figurava che spiegare coerentemente quel che sembra inesplicabile, render logico quel che pare frenetico, dar ragione di cio* che ha faccia d'irragionevole, dar valore e peso a quello che ha vista di futile e leggiero, collegare quel che sembra sconnesso, e far vedere chiara la relazione fra quell'opuscolo e il poema, potesse dirsi scudo d'Atlante. Ma ora che veggo che si vogliono monumenti che spieghino spiattellatamente le cose, mi accorgo che il mio scudo d'Achille divien quello di Tersite. Che fatalita*! E* bastata un'ippotesi a Copernico (ippotesi felice con cui ha spiegato tutt'i fenomeni astronomici, o quasi tutti) per far accettare il suo sistema; e non basta a me una ippotesi che scioglie centinaia di nodi, e dissipa migliaia di assurdita*, per far chiamare almeno plausibile il sistema mia! Ma qual dimostrazione a priori ha mai fatto Copernico? Ha forse allegato monumenti di creazione, o e* andato egli stesso a verificar nel cielo quel che [ha] asserito? Egli dagli effetti e* rimontato alle cagioni, e con un supposto felice ha spiegato quel che pareva assurdo. Lo stesso ho fatto io, aggiungendo al supposto monumenti e pruove; e pur non vale! Ho udito dire che non si vuol credere al gergo convenzionale; che alcuni concedono che Dante pote@ dare a certe frasi il valore ch'io loro do, ma che da cio* non nasce che gli altri fossero seco lui in intelligenza e avessero lo stesso convenzionale gergo. E come! Io ho messa innanzi una schiera di passaggi di rime e prose antiche nelle quali que' poveri tremanti scrittori si raccomandavano silenzio e discrezione; ho rapportati tanti versi in cui dicevano alle loro composizioni di tenersi celate alla gente grossa, ma di manifestare il vero loro significato agli / amici; ed altre ed altre cose simili. Ho recato un lungo squarcio della scuola arcana Barberinesca in cui s'ingegna a parlare enigmaticamente per farsi capire da alcuni si* e da alcuni no; ho spiegato coerentemente gli enigmi di quel maestro in relazione co' suoi precetti; e cio* e* nulla! Coloro che coisi* parlano non hanno letta neppure una linea di quelle opere, non hanno scorsa neppure una pagina della Vita nuova, e percio* parlan cosi*. Aprano questa e troveranno: "La mia donna fu immediata cagione di certe parole che nel sonetto sono, siccome appare a chi lo intende' (pag.11); "Di cio* toccai alcuna cosa nell'ultima parte delle parole ch'io ne dissi, siccome appare manifestamente a chi le intende' (pag.12); "Donne che avete intelletto d'amore, Io vo' / con voi della mia donna dire ... Donne e donzelle amorose con vui, Che@ non e* cosa da parlarne altrui' (pag.27) eccetera, ecc., ecc. Ma chi erano dunque queste donne che avevano intelletto d'amore, che potevano intendere cio* ch'egli scriveva, e che noi non intendiamo affatto? Ecco il caso mio doloroso: io passo per matto per aver troppa logica; passo per ignorante perche@ ho troppo studiato; e perche@ ho veduto quel che i volontari ciechi non veggono, passo per visionario!!! Come farsi giustizia? Il male e* s4nza rimedio. Lascio percio* l'arena, e fra i molti fischi de' ciechi e i pochi applausi de' veggenti grido: Mundus vult decipi, decipiatur. Un solo rimedio potrebbe trovarvi a questo male; ed e* che l'articolo che comparira* sul Quarterly Review&2&&, destando l'attenzione publica, mi attirasse lettori. Se n buon centinaio di compratori mi fosse fruttato dalla lettura di quell'articolo, favorevole o ostile che m'e*, allora levandomi tutt'i debiti della stampa gia* fatta, mi spingerei innanzi al rimanente. E vedrete, o Signore, vedrete sino a qual punto e* portata la dimostrazione riguardo al Purgatorio. O io ho perduto interamente lo spirito, o parmi che a quel che dico non possa nulla replicarsi. Cose che si toccano con le mani! Ma non oso lusingarmi di tanto successo, poiche@ non ha parlato Ch.Lyell, che sa Dante a menadito e ha cominciato con tanto acume a guardare nelle opere di quella eta*; ma parlano coloro che han letto o leggicchiato Dante con le traveggole agli occhi e che di quegli autori non sanno nulla affatto; che vogliono giudicare quel secolo con le idee del nostro e gli scritti di tremanti settari, cui il Papa faceva gran paura, con l'anima di chi non lo teme affatto. Quando paragono il poco che han fatto i precedenti interpreti, per lo che furono cotanto lodati, con quello che ho fatto io, per lo che son assalito e contrastato, non posso fare a meno di riconoscere in cio* una tremenda fatalita* che mi farebbe maledire i miei versati sudori, se / non mi fossero cari. Io non so qual fato mi ha concesso un po' d'intelligenza per farne il mio tormento. Dante si e* involato alle persecuzioni con iscrivere si* oscuro; ed io vi sono andato incontro, per averlo voluto render chiaro! Con tutto cio* non posso cessar di amare quell'anima altissima che tanto amava l'Italia mia. A rendere memorabile a me stesso l'epoca dolorosa in cui lo illustro nell'esilio, rinnovero* il suo nome nella mia famiglia. Son pochi giorni che mia moglie ha dato alla luce un piccolo Rossetti. Io lo chiamero* Dante; e se potessi lusingarmi che un certo valentuomo ch'io molto rispetto, volesse essere il santolo per procura del mio piccolo protestante, lo chiamerei nel sacro fonte Dante Charles Rossetti. Io non lo battezzero* se prima non ricevo risposta da quel Valentuomo ch'io tanto venero. Se egli acconsentisce, due Filodanti saranno al nuovo Dante, uno padre per natura e l'altro padre in Dio. Mi sono sempre dimenticato di dirvi che, appena mi mostrate il desiderio di acquistare le opere in prosa di Dante, tre o quattro giorni dopo, avendo fatto ricerca, ho trovato quelle della edizione dello Zatta, che e* la piu* completa sinora, le quali erano appartenute al Foscolo; e me l'ho subito afferrate, perche@ vidi chiaro che il destino voleva che fosser vostre. E quel ch'e* bello, l'occasione si e* presentata quasi spontanea. Ora mi pare che abbiate tutte le opere di Dante, poiche@ il libro De monarchia, che ne' tre volumi del Foscolo mancava, ve lo avea gia* mandato. Godo nell'udire che vi son grate, anche per la loro provenienza, poiche@ il Foscolo non era certamente un uomo ordinario. Io le avea da gran tempo consegnate a vostro figlio,ma egli le ritenne seco per qualche tempo. Addio, mio caro Signore, e credetemi sempre Il vostro obbligatissimo G.Rossetti. %%(a) E percio* poi, alla pag.48, dice che il trattar di Beatrice era per lui un divenire laudatore di se@ medesimo; il che gli parea biasimevole; e ch'ei lascia cotale trattato ad altro chiosatore. - Io appunto saro* quello. (1) L'offerta, da parte del Lyell, di sovvenzionare la stampa del terzo volume del Comento analitico. (2) L'articolo che il Lyell stava preparando in difesa delle teorie esposte nel Comento analitico.%%% *** 38 Charlotte Street Sabato alle 7 e [7 giugno 1828] Carissimo Signor mio Dalle sette pomeridiane in la*, questa sera io saro* a casa, e sempre pronto a riceverla; e nella solitudine di Charlotte Street avremo tutto l'agio di $$... ragionar del monte ch'ha le nutrici nostre sempre seco, ch'a poetar ci donano intelletto.$$$ E* gia* stabilito che domani il picciolo Dante Charles Gabriel avra* $$... battesmo ch'e* porta della fede che tu credi.$$$ Speriamo che le influenze poetiche sien trasmesse dal santolo al figlioccio, acciocch'ei possa dirgli un giorno: $$Per te poeta fui, per te cristiano.$$$ La funzione della chiesa comincera* circa le 4; ond'ella potra* avvicinarsi a noi alquanto prima, il di* di domenica. La signora Rossetti vuole ch'io le presenti i suoi distinti saluti e vuole ch'io mi faccia interprete an/che de' rispetti del suo Dantino; ed io esprimendo i miei mi ripeto Umilissimo servo obbligatissimo Gabriele Rossetti. *** ai 5 di agosto del 1828 Carissimo Signor mio, Nel ritornare dalla campagna&1&& del signor Polidori, ove sono rimasto per qualche giorno, trovo il vostro garbatissimo foglio; e, dopo avervi chiesta scusa per non aver subito risposto, mi affretto a compiere questo dovere cui e* annesso tanto piacere. Secondo che mi sembra ritrarre dalle vostre parole, una qualche critica amara di quella mia sventurata opera e* comparsa sull'Edinburgh Review&2&&. Non solamente non l'ho letta, ma non ne avea neppur sentore. Pazienza. Da qualche tempo in qua son tanto avvezzo a soffrire i morsi di cani rabbioselli che non mi dolgono piu*. Essi mi si scagliano addosso tanto piu* volentieri quanto che lo fanno di buona fede e, nel sostenere l'errore, credono essere i campioni della verita*. Non mi fa meraviglia. Dante racconta in gergo che lo stesso e* accaduto a lui stesso. Tutti quelli del suo partito s'insospettirono di lui e lo credettero un infedele di Madonna la Cortesia, quando videro ch'egli avea finto essere cotanto amante di Madonna la Pieta*; e ci assicura che dove@ durare gran fatica a persuaderli della verita* ed a mostrare qual fosse la reale essenza del suo poema. Or se cio* e* avvenuto a lui, che avea tutte le vie di disingannare i suoi illusi amici, tanto piu* e* dovuto accadere a me, che ho cercato di svelare una tale sicurissima verita* (tale e*, ve lo giuro sui santi Vangeli benedetti, e innanzi a Dio che ora vede quello che scrivo); la quale verita* sembra un assurdo paradosso ed un sogno / d'infermo. Il lavoro che ho gia* avanzato intorno alla Vita nuova ed al Convito mostrano ad evidenza quanto e* sicuro cio* che ho solo cominciato a dimostrare nella pubblicazione gia* fatta. Appena due o tre difficolta* mi rimangono intorno alla Vita nuova; quasi tutto ho spiegato. So chi era quello che vien chiamato il padre di Beatrice, so che sono quelle camere nelle quali ei si ritirava a piangere e sognare, so tante altre cose che per brevita* qui taccio. Dante mi ha tutto detto, tutto mi ha svelato nelle altre opere sue; e posso persuaderne anche una testa di ferro, purche@ una tal testa voglia leggere quello che ho scritto. E udirete ben a lungo da Dante il racconto delle traversie che dove@ durare da' suoi per avere cosi* scritto: traversie che ora si stanno rinnovando in me pover'uomo. Io non so se potro* stampare il mio lavoro, ma oramai poco me ne importa. Lo leggeremo noi, o qualche altro che vorra* conoscere la verita*; e pel resto diro*: Mundus vult decipi, decipiatur. Non cammino si* frettolosamente nello scrivere per vari motivi: 1o perche@ non essendovi l'apparenza di sollecita pubblicazione, non voglio far danno alla mia salute, da cui dipende il bene della mia famiglia; 2o perche@ il lavoro e* si* lungo e si* complicato, e tante sono le cose che ho scoverte, che, a metterle in chiaro e in bell'ordine, si richiede assai meditazione e molto tempo; 3o perche@ mi rimangono molti altri libri a consultare e studiare; 4o perche@ incombenze piu* lucrose, sebbene meno piacevoli, occupano molte mie ore, ed io debbo pensare piu* all'utile che al gradevole; 5o perche@ non e* prudente di uscire in campo adesso che gli animi sono stati mal disposti da critici mordaci. Nel Comento sul Purgatorio si spezzera* l'incanto, poiche@ in esso esporro* quasi tutta la Vita nuova e daro* un estratto / del Convito, che altro non e* se non una estensione esplicativa della Vita nuova, come Dante medesimo ci assicura, e come l'analisi confermera*. Ben dite, o Signor caro, che non ho tempo bastante per leggere tutt'i libri che mi son necessari. Mi conviene aver fra le mani le opere tenebrose de' trovatori provenzali, e massimamente di Arnaldo Daniello, pubblicato da Sainte Palaye e da Renoard&3&&; e son cose difficilissime. Mi conviene leggere tutt'i libri che trattano della persecuzione e della eresia degli Albigensi; mi conviene leggere tutti gli storici che han trattato delle cose pubbliche innanzi a Dante; e principalmente amerei di scorrere le opere del vostro inglese Matteo Paris. Non usciro* in piazza di nuovo che quando mi sentiro* assai forte di argomenti di ogni genere e di pruove storiche. Oh, se aveste agio di consecrare qualche lettura in mio sussidio e divenir cosi* mio collaboratore! Oh, di quanto accrescereste le mie obbligazioni! Oramai l'impegno dev'essere fra noi comune, nel sostenere questa verita* contrastata. Mi era ben figurato che l'articolo sul Quarterly Review non sarebbe comparso. Iddio faccia ch'io sia cattivo profeta, ma parmi poter pronosticare che non comparira* neppure in ottobre. Voi potete far molto, ma temo che la perversita* del mio destino sia piu* valevole del vostro potere. Quell'articolo puo* farmi un qualche poco di bene, ma non molto, poiche@ in sostanza dice (sebbene con minore acrimonia) quello stesso che aveva scritto il prete Blunt. Se vostro figlio (il quale so che non ha letto l'opera mia) non si fosse fatto imporre da non so chi, doveva lasciarvi fare. O tutt'al piu*, dopo aver messo in vista quella parte che gli pareva buona, per l'altra che non approvava avrebbe potuto uscirsene con poche parole, e dire per esempio: "Noi non siamo affatto persuasi di cio* che il signor Rossetti dice intorno al gergo allegorico / di quella ch'ei chiama Setta Ghibellina. Ci sembra ch'ei non abbia abbastanza provata l l'esistenza di una tal setta e di un tal gergo. Ma siccome ei ci concede di tener per nulla tutto cio* che ne ha detto, prima di provarlo meglio, cosi* anche noi ripetiamo: ^"Valga per nulla^''. Cio* sarebbe bastato, senza aggiungere sferzate alle sferzate. Ma altro si e* voluto fare, ed io ripeto pazienza. Poteva mai lusingarsi vostro figlio di conoscer Dante e 'l mio Comento piu* di voi? Eppure il saper cio* non e* bastato. La signora Rossetti e* rimasta alla campagna per qualche altro giorno di piu* col suo Gabriele Carlo Dante; e sono ambo in ottima salute. Io, facendomi interprete de' sentimenti di entrambi, vi ringrazio de' saluti a lor porti e ve li rimando raddoppiati, con un bacio alla mano del picciolo Dantino. Caro Signore, la carta manca, ed il tempo mi chiama fuori di casa, onde vi prego a credermi sempre Il vostro obbligatissimo Gabriele Rossetti. %%(1) La casa a Holmer Green nella contea di Buckingham. (2) (3) Cosi*, per Renouard. 38 Charlotte Str. Portland Place 8 di settembre 1828 Signor mio carissimo ed amatissimo, Ogni vostra lettera mi e* soave balsamo alle ferite fattemi dai pungiglioni d'insetti velenosi e malefici. Ma io fortunatamente ho gia* il callo e piu* non sento gli acumi; mi e* pero* sempre grato e salutare il balsamo. A recar consolazione anche a voi intorno a cio* ch'io chiamo "causa comune', vi diro* nel bel principio ch'io ho gia* nelle mani arme potentissime da schiacciare quest'insetti maledetti. Scoperte del piu* altro rilievo ho fatte dopo l'ultima mia lettera a voi diretta. Col solo riordinare il Convito (secondo cio* che Dante medesimo mi ha indicato in gergo, ma in maniera da non lasciar dubbio sulla sua vera intenzione) il Convito diviene il comento della Comedia. Questa si* ch'e* scoperta che vale un tesoro! Il Convito cosi* riordinato e* una porta sicurissima che introduce ai misteri della Vita nuova, da manifestare ogni topico nascondiglio di quel continuato enigma, eccetto tre picciole cose, che col ricercare e riflettere trovero* ancora. E vedrete col fatto che il Convito e la Vita nuova cantano in consonanza della Commedia, e questa col trattato De monarchia e con tutte le rime liriche di Dante e di altri settari. Cio* non e* tutto. Il Boccaccio, prima di fare il comento di Dante guelfescamente, cioe* quello ch'e* conosciuto sotto di questo titolo, ne aveva fatto un altro in gergo, in cui in maniera lucidissima ha detto tutto quello che ho detto io: lo toccherete con le mani. Di piu*: egli ha fatto un egloga latina, resa ora rarissima, in cui descrive l'Inferno dantescamente, e metter per capo di esso Licaone o sia il Lupo; e cose dice che afforzano vigorosamente la dimostrazione mia. E di piu* ancora: altri tre opuscoli settari del Boccaccio stesso mi hanno aperto il varco non solo alla confermazione di quel che ho detto, ma alla / conoscenza di molti misteri della setta d'amore, per mezzo de' quali messer Petrarca stesso rimane smascherato. Queste opere del Boccaccio ora piu* non si leggono, perche@ paiono assurde e insignificanti; ma per me diverranno significantissime e logiche e preziose. Altro a dir mi resta. Ho avuto in mano altre opere di quel tempo, e massime di Bartolo, scolaro di messer Cino, le quali mettono autorevolissimi sugelli sulle mie dimostrazioni. Queste opere sono state da tutti gli scrittori di storia letteraria dichiarate stranissime; ma io potro* mostrare che tali paiono perche@ non furono mai capite. Mi nasce dunque sotto la penna un volume della seguente natura, diviso in due parti: "Esposizione e interpretazione della Divina commedia fatta da Dante medesimo e da autori suoi contemporanei.' "Prima parte: Estratto del Convito, riordinato secondo l'ordine indicato da Dante; Vita nuova esposta ne' suoi misteri secondo le teorie del Convito; Il libro De monarchia in sussidio, il Vulgare eloquio ed altre opere di Dante.' "Seconda parte: Spiegazione dello spirito segreto della Divina commedia, fatta dai suoi primi interpreti: il Boccaccio (e qui ci sara* almeno un centinaio di pagine); l'Anonimo; il Landino; Bartolo; altri.' Un'evidenza matematica risultera* da tutto questo. E* da qualche giorno ch'io lavoro come un cane da caccia; ma le mie occupazioni ordinarie de pane lucrando (delle quali ringrazio Dio) m'involano gran parte del tempo, e non so quando potro* mettervi sotto gli occhi il frutto di questo mio lavoro, superiore a quant'altro ho fatto sinora e propugnatore ineluttabile di quanto ho detto sinora. Deh, perche@ non ho dieci mani e cinque teste! Il nostro trionfo e l'altrui confusione e* cosa sicura; ma, per mio dolore, ritardata. Credete, amico, credete: una gran rivoluzione in tutta la letteratura antica e* per operarsi dopo quello che avro* scritto e di cui ho tutti i materiali in mano. Oramai non dobbiamo piu* ram/maricarci che ci manchino elementi di dimostrazione e di autorita* contemporanee, perche@ ci sopravvanzano. Quel che solo mi manca e* il tempo prima, e la fortuna poi. Ma non importa. Il tempo maturera* il frutto contrastato; e dalla fortuna altro non bramo se non che mi dia i mezzi di sostenere la mia cara famiglia, primo de' miei pensieri e de' miei affetti. Tutte le confutazioni alle ridicole critiche sinora apparse le faro* in una serie di lettere a voi dirette. Io voglio che il mio nome rimanga associato al vostro in questa impresa, la quale (dopo gli usati contrasti che il destino suol sempre opporre alle ardite opere) non puo* mancare di esito glorioso. E sono tanto pago in me stesso della sicurezza della mia scoperta che oramai non mi curo degli uomini. Ancorche@ non possa far conoscere al mondo quel che ho scoperto, ne faro* appello alla mia interna convinzione e a quella di pochi uomini superiori, che vorranno leggere i miei manoscritti. Ho saputo l'altra sera che nel Foreign Quarterly Review vi ha una rivista de' miei due volumi; ma io non l'ho letta ancora, e non so se e* favorevole o avversa. Non la preveggo pero* amica, poiche@ so che quando la sorte si scatena contro un pover'uomo non rallenta i suoi colpi finche@ non l'abbia atterrato. Cerchero* domani di vederla, e ve ne daro* notizia; e se e* cosa non dispregevole, ancorche@ avversa, ve la mandero*. Quel che bramate leggere sul Discorso di Foscolo, apparso sul Westminster Review, l'ho letto da circa due anni indietro, quando comparve. Al termine vi e* una noticina a pie* di pagina di tre o quattro versi, in cui e* detto che alle belle cose dette da Foscolo fanno contrasto the strange fancies dette dal Rossetti nel primo volume del suo Comento analitico su Dante. Ma non si dice neppur per ombra perche@ sono strane fantasie le mie. Si promette anche una rivista della mia opera, ma non e* piu* ivi comparsa. Mr Bowring, scrittore di quel giornale, mi ha poi confessato che quell'articolo l'ha dato Foscolo stesso, il quale ha fatto un panegirico a se@ stesso, e voleva fare una satira a me; ed ha soggiunto che Foscolo gli andava / sempre a vomitar male parole contro il mio lavoro, crecando screditarlo per ogni via. Non mi pare che quello scritto meriti il vostro fastidio e la perdita di un paio d'ore di lettura, poiche@ non e* altro che un sunto del Discorso del Foscolo; ma pure se, dopo quel che ve ne dico, lo volete leggere, lo comprero* e vel mandero*. Io non mi son mai curato d'averlo. Ho scorso con grande attenzione gli annali di Mattheus Parisiensis, che avete avuto la bonta* di farmi capitare fin dentro casa, e che tra breve rimandero* al signor Molini; ma per verita* vi ho trovato quasi nulla al mio bisogno, eccetto quella lettera d'Ivone, citata dal Barrouel.&1&& Ho fatto il primo pagamento della stampa del 2.do volume del mio Dante a Mr Taylor, nella somma di #100; e l'ho pagate quasi tutte di mia borsa, perche@ dai sottoscrittori assai poco ho raccolto. Debbo pagarne altre 180; e se Iddio mi da* lavorare con le mie lezioni, spero levarmi questo debito. Il signor Murray ha raccolto qualche altra cosa, e gliel'ho lasciato in mano ad estinzione del suo credito pel primo volume. Niun guadagno spero da tanto lavoro, e non sara * poco se giungo a levarmi il debito per estranei mezzi. Con tutto cio*, voglio terminar l'opera per mia giustificazione interna e per vostra soddisfazione. Mia moglie e i miei due figliuolini son tornati dalla campagna e stanno benissimo; e la madre del picciol Dante e il padre si fanno interpreti del figlio nel presentare al suo compare i di lui saluti cordiali e i propri. Salutatemi, caro Signore, le vostre figliuole ch'ebbi l'onor di conoscere, e accettate i rispetti del Vostro obbligatissimo G. Rossetti. Altro dir vorrei, ma la carta mi manca, e quel ch'e* piu* il tempo. Stiamo a vedere che fara* il Quarterly Review per l'articolo. Poco spero. %%(1) Cosi*, per Barruel.%%% *** 27 di settembre del 1828 Carissimo Signor mio, Vi chieggo scusa se ho ritardato due giorni la risposta alla vostra ultima garbatissima. Vi ringrazio della polizza che mi avete spedita, ma concedete alla mia franchezza di dirvi che non riterro* se non due sole lire pei due volumi del vostro figliuolo; e le altre tre le impieghero* per comprare qualche libro per voi. Sarei indegno di avervi conosciuto, se volessi cosi* abusare della vostra generosita*. Con che titolo potrei ritenerle? A questo proposito, debbo dire che ho veduto che avete pagato Mr Murray pei vostri due volumi, ma io gli aveva portati in nota gia* da voi a me pagati fin da tre anni fa; come dunque avete voluto pagarli di nuovo? Quando penso a tutti questi tratti che caratterizzano il vostro nobil animo, io mi arrossisco per me nel non averli mai meritati. Son quattro giorni che ho letto l'articolo sul mio Dante nel Foreign Review. Oh, che maldicenza, che rabbia da cane, ebbe colui che l'ha scritto! In comparazione, quello che mi han detto sul Quarterly Review e* un alto panegirico. Venti pagine piene di disprezzo, d'irrisioni, d'insulti e di ogni sorta d'ironiche o aperte beffe. I titoli piu* gentili che mi vengono dati sono: uomo senza erudizione; uomo che non ha letto tutto Dante, o non l'ha capito; ingannatore del pubblico senza il minimo criterio. Mi vengono attribuite cose che non ho mai scritte; insomma son trattato proprio con la "ferula acerba'. Quello che l'ha scritto e* un tal Ravina, piemontese, celebre morditore de' pacifici galantuomini, il quale ha sempre avuto contro me una particolare animosita*, e non so perche@. Egli non permette che alcuno fuori di lui conosca Dante, o lo / intenda diversamente da lui. Sono in dubbio se debba rispondergli; ma, se mi vien concesso luogo nello stesso giornale, rispondero* sicuramente. Cattiva gente siam noialtri Italiani! Costui e* esiliato come me e per la stessa cagione; e pure, da che mi ha veduto in Londra, non ha mai cessato mai di addentarmi in publico e in privato. Di lui ho inteso parlare nell'ultima nota del secondo volume, perche@ le sue contumelie mi sono giunte da molti lati all'orecchio. E quel ch'e* peggio, non manca di certa erudizione, e massime italiana e latina. Infausto punto fu per me quello che mi determino* di pormi a questa impresa! Credeva che coll'aver lasciato l'Italia mi fossi allontanato da' cattivi Italiani, e gli ho trovati tutti qui. Meno male che mi son messo l'animo in pace: l'opera sara* a voi mandata manoscritta con una preghiera: Non la stampate. Se fossero di buona fede i lettori, sarei sicuro di trionfare; ma ho a farla con una canaglia senza coscienza, che gira per le piazze e le bettole per oggetto di screditarmi. Londra, l8 di dicembre del l828 Signor mio carissimo, Gia* totalmente ricopiata e* la mia Rivista. E* lunghissima, lo vedo, ma io l'abbandono alla vostra discrezione. Il male che ha prodotta questa lungaggine e* la necessita* di mettere in veduta una complicatissima teoria, una macchina piu* complicata ancora, e un sistema allegorico che riguarda tutta la poesia antica, incluso Dante. Ma piu* di tutto mi ha strascinato a cio* la rabbiosa malevolenza de' critici, che mi avevan posto in male aspetto agli occhi del mondo. A me diveniva indispensabile non gia* esporre, ma tornare a dimostrare. Se questi criticuzzi di mala fede non avesser cercato di farmi credere un matto, mi sarei regolato altrimenti. Ho dovuto far forza a me stesso per non metter di piu*, tanta e* la materia che ho fra le mani, tante son le ragioni su cui posso stabilire il mio assunto. E pure vi son momenti in cui mi sembra che tutto e* poco per costoro, e ch'io dubito che e* una specie d'impossibile il convincerli, o il farli tacere. Se a voi parra* lo stesso, e che quello che ho detto ora nulla aggiunge a quello che avea scritto prima, lascero* di fare il critico che sara* piu* facile e piu* lucroso; e forse sulla strada della invenzione incontrero* meno cani stizzosi che mi si avventano alle gambe gratuitamente. Io staro* al vostro oracolo. Sarebbe bene di fare un tentativo. Se vostro figlio e* tornato da' suoi viaggi, dovremmo consultare il suo criterio. Se egli trova egualmente insussistente lo scritto presente come il passato, mi mettero* l'animo in pace, e diro* che que' Signori settari sono assai bene riusciti nel loro disegno di coprirsi senza poter esser colti in fallo. Ma, dietro tutto quello che ho esaminato, mi sara* impossibile di credere altrimenti di quel che credo. Noi saremo i soli ad esserne persuasi, e qualche altro forse; e tutto il resto del mondo faccia come vuole. Mi dispiace pero* di aver consumato tanto tempo inutilmente. Un giorno pero* la verita* dovra* trionfare. Io ho rotto il ghiaccio; e forse un altro o piu* abile ed eloquente, o piu* autorevole e fortunato, correra* la strada senza tanti intoppi e raccorra* il frutto del mio sudore. Questa e* verita* indubitabile, e / quando avra* un avvocato miglior di me, non potra* mancare del suo effetto. Desidero che il rimanente vi sia subito fra le mani per udir che ne pensate. A me sembra di aver dimostrato, ma forse e* una mia illusione, poiche* ho perduto ogni fiducia nella mia logica. Ho cercato di confutare con moderazione le critiche irrisorie e le maldicenze inurbane che mi hanno fatto. Giudicherete se vi son riuscito. Che perversa sorte! Ogni altro che avesse scoperto la decima parte di quello che ho scoperto io, avrebbe riempito il mondo del suo nome, e il mio ha perduto quel poco di credito che con le passate fatiche aveva acquistato. Forse sara* mia apprensione, e fantasma di questa mia benedetta testa, che spesso si crea un mondo nero che non esiste. Sono stato sempre la vittima della mia fantasia e del mio cuore. Se mai vi occorrono difficolta* nel mio scritto, o dilucidazioni nelle parti in cui non mi fossi bene spiegato son pronto a darvi schiaramenti. Ho posto per lo piu* le parole originali degli autori che cito, affinche@ la vostra traduzione fluisca dal fonte e non dalla traduzione mia. Qualche volta mi sono allontanato dalla mia spiegazione stampata, perche@ con le letture e le meditazioni posteriori mi sono accorto che aveva detto male; quindi ho cercato di correggermi. Il Veltro, per esempio, non puo* essere assolutamente Can Grande, come aveva spiegato, tratto in errore dal nome e da quel passaggio del Villani. Esso e* figura dell'Imperadore, esso e* quell'Un (I) cinquecento (D) dieci (X) e (E) cinque (V) (IUDEX), Cristo giudice che comparisce a giudicar la fuia. Vari passaggi di Dante, e massime uno del libro De monarchia , e vari cenni che ho trovato nel Boccaccio, e la corrispondenza di tutte le parti dell'allegoria, mi assicurano di cio*. Nel primo canto vi e* la proposizione del poema che riguarda gli agenti principali: e due son essi, posti in opposizione: Veltro e Lupa , corrispondenti a Imperadore e Papa, a Dio e Lucifero, a Cristo e all'Anti-Cristo, a Beatrice e alla Puttana. Io non posso spiegare plausibilmente quel verso "E sua nazione sara* tra Feltro e Feltro', ma pure cio* non toglie che sia quel che dico. Potrebbe darsi che Arrigo si fosse fatto settario in quella estensione che vi e* fra i due termini indicati "tra Feltro e Feltro', e allora / sarebbe chiaro, poiche@ nazione significa anche nascita (vedi la Crusca). E potrebbe anche darsi che si facesse qualche cerimonia, in cui il nuovo proselito dovesse essere tra due feltri . Io sinora non so dir meglio, ma e* certo che quel Veltro e* l'opposto della Lupa, come le altre figure indicate. Se volete aggiungere in una nota che quella interpretazione diversifica dalla mia stampata, fatelo pure; io mi sono dimenticato di farlo, e ci aveva pensato. La difficolta* che fate circa il morire che significa guelfeggiare, e che non parvi provato, svanira* se riflettete che siccome vivere significa far azioni ghibelline, cosi* morire significa far azioni guelfiche, e cio* suona guelfeggiare. Son tanti i passaggi su cui ho stabilito il valore di quel significato nelle mie letture da dieci mesi in qua, che non mi rimane dubbio alcuno. Senza quello sarebbe impossibile spiegare centinaia di passaggi di Dante e degli altri settari. Boccaccio ne offre esempi decisivi, e massime nel Filocopo e nel Ninfale d'Ameto. Non so se lo stampatore-libraio che compro* il MS di Foscolo intenda stamparlo per ora. Ho udito dire da alcuno che, siccome trovo* pochissimo spaccio di quel Discorso sopra Dante, cosi* sia ritenuto ad avventurarsi a grave spesa. Egli pago* 400 sterline il MS, e teme di perdere piu*. Sarebbe da desiderarsi che facesse la publicazione del resto, poiche@ in sostanza il Foscolo batteva lo stesso mio cammino riguardo all'essenza della interpretazione, e vorrei vedere quello che ha scritto. La sola differenza fra 'l mio modo d'interpretare e il suo si riduce a questa: egli credeva che fosse una fantasia di Dante il voler riformare la Chiesa, ed io so che egli aveva migliaia di cooperatori in quell'impresa. Ne@ Foscolo giunse mai a dubitare dell'esistenza del gergo nel poema, il quale gergo e* cosa certissima. E* ben curioso quel passaggio di S. Agostino relativamente alla trombetta di Barbariccia! Se l'avessi conosciuto prima, ne avrei fatto buon gioco. Al primo ozio che avro*, voglio scorrere la Citta* di Dio di quel santo padre, perche@ la veggo citata da molti scrittori in gergo; e non solo da Dante, ma dal Boccaccio, e principalmente dal Petrarca, che ne faceva le sue delizie, come egli stesso in piu* d'un luogo confessa. E il suo stile latino sente un poco quello di Sant'Agostino, ch'egli avea tanto letto. Gran settario e* stato quel Petrarca, e quanto animoso! L'interpretazione delle sue dodici / egloghe, e delle l6 di Boccaccio, e delle due di Dante, e di varie altre di quella eta*, getterebbe un lume mirabile su tutta la scuola tenebrosa. Quelle del Boccaccio le posso spiegare quasi tutte, e son terribili; eccetto quelle tre in cui parla di amore, che sono di una oscurita* invincibile. E cosi* pure quelle del Petrarca in cui parla d'amore. Altro non posso dir di certo se non che l'oggetto dell'amor loro e* inteso in due sensi: la lor Donna ora e* l'Imperadore, e questo si ritrae da chiarissimi passaggi del Boccaccio; ora e* Cristo, il che si ricava dall'analisi e dal confronto. Essi avevano due mire: riformare lo stato politico e religioso; e quindi Laura, ch'essi chiamano spesso Daphne, era il Lauro Imperiale. Ho trovato lo stemma degli Albigensi, che mi ha fatto capir molte cose di quei curiosi scrittori, e massime del Boccaccio e di Dante. Riguardo al Barrouel, potete esser sicurissimo che quello che dice e* vero circa la Mac%onnerie&1. E lo ricavo da questo. Tutto cio* ch'io ho veduto fra i Muratori, sino ai gradi in cui fui iniziato, e* esattamente quello ch'egli scrive. Quindi deduco che pel resto sara* cosi*. E* declamatore, e* parziale, ma e* veridico; e nessuno lo ha mai smentito. Debbo rispondervi circa altre cose, e lo faro* al piu* presto. Ora che ho sbrigato questo scritto, mi sciogliero* da molti obblighi che ho con voi. Non vi attendete mai lettere piu* ordinate di questa, perche@ non ho tempo di farle piu* brevi, diceva Rousseau. Il mio figliuolino sta ottimamen/te bene, ed e* tanto allegro che Dio mel benedica. E tutta la famiglia gode egualmente ottima salute. Mia moglie vi fa i suoi rispetti, io presento i miei alle vostre figliuole, ch'ebbi il piacer di conoscere, e mi ripeto, Il vostro obbligatissimo, Gabriele Rossetti. *** Di Londra, il l9 di dicembre del l828 Carissimo Signor mio, E* nostro uso in Italia di augurar prospere le feste natalizie alle persone che si amano e si rispettano. In cio* voglio essere italiano, e voglio tale considerarvi. Iddio benedetto vi conceda tutte le sue grazie e ne colmi la vostra famiglia amabilissima. A me si unisce mia moglie ed ambi ci facciamo interpreti del nostro angioletto; onde i volti salgono per voi triplicati al cielo. Ho commesso oggi al mio libraio una copia della Citta* di Dio di S.Agostino, e son sicuro che mi fara* qualche lume di piu* alla citta* di Dio di Dante. Molto io per me veggo nel Paradiso, ma piu* vedro* quando prendero* ad analizzarlo piu* minutamente. Uno de' gran segreti per capire le cifre di quel libro arcano e* di metterlo in relazione con l'Inferno, canto per canto, immagine per immagine. Chi fa questo e vi aggiunge altre due faci - il primo libro De monarchia e 'l comento della prima canzone del Convito - sorprendera* la verita* nascosta "come fera in lustra'. Non potete credere sino a qual punto e* portata la continuata antitesi che fa lume su d'ogni oggetto. Per esempio, prendiamo i due canti XIX dell'uno e dell'altro regno, del tormento e della beatitudine: $$Di voi, pastor, s'accorse il Vangelista, quando colei che siede sopra l'acque puttaneggiar coi regi a lui fu vista. (Inf.,xix.l06 segg.) Ma, vedi, molti gridan "Cristo, Cristo!', che saranno in giudizio assai men prope a lui che tal che non conobbe Cristo. (Par.xix.106 segg.)$$$ E costui che grida "Cristo, Cristo' e* appunto l'Anti-Cristo, figura opposta. E* cosi* questo luogo del Paradiso, corrispondente anche nel numero del verso, mostra per opposizione qual e* l'essenza dell'un oggetto non espressa con la chiara ed espressa dell'altro. $$Ed egli a me: "Qui son gli eresiarche, (dentro Dite) coi lor seguaci,d'ogni setta, e molto piu* che non credi son le tombe carche. Simile qui con simile e* sepolto.' (Inf.ix.l27 segg.) "La tua citta* (Firenze) che di colui e* pianta che pria volse le spalle al suo fattore e di cui e* l'invidia tanto pianta, produce e spande il maledetto fiore.' (Par.ix.l27 segg.) /$$$ Il canto II del Paradiso, che vi sembra tanto stravagante (come pareva ancora a me) e noioso quanto mai, e* un canto misteriosissimo. Quel principio e* un avviso agl'iniziati nelle profonde cifre del gergo, detto il pan degli angeli, di fare attenzione alla canzone seguente, ch'ei chiama, verso il termine del Purgatorio, canzone piu* dolce e piu* profonda. Quei tre specchi che riverberano un solo lume e* una maliziosissima allegoria, che vi diverra* manifesta quando dichiarero* che intendevano essi per Luna, o Ecate; il che fu cagione che il povero Cecco d'Ascoli fosse arso vivo dal Sant'Ufficio. Molte di queste cose l'ho ritratte dalla Genealogia del Boccaccio, la quale non e* quel che si crede, o sia e* piu* di quel che si crede. Ognuno suppone che tratti delle deita* pagane, e pure da* nel punto stesso molte chiavi del gergo. Questo canto II ha due oggetti, e son chiusi in quella strana teoria fastidiosa: 1o il poeta vuol far sapere che quelle tre donne del canto II dell'Inferno (la donna gentile, Lucia e Beatrice) sono in sostanza tre modi di considerare della stessa persona, e si riducono ad una, onde i tre specchi riverberano un solo lume; 2o avverte i comprensori del gergo che l'Inferno e 'l Paradiso sono in relazione, e che l'uno fa capir l'altro per continua forza d'antitesi o di paragone. L'avvertimento secondo comincia da quel passaggio: $$"Questi organi del mondo cosi* vanno, come tu vedi omai, di grado in grado, che di su (Parad.) prendono, e di sotto (Inf.) fanno. Riguarda bene a me siccome io vado (N.B.) per questo loco al ver che tu desiri, si* che poi sappi sol tener lo guado'$$$ Questa pare una mia pazzia; e pure il fatto e l'analisi vi fara* conoscere che cosi* e*. Le vie nascoste che prendevano quegli scrittori per ispiegarsi fra loro, i cenni impercettibili che facevano, fingendo di parlare di tutt'altra cosa, paiono incredibili. Cio* mostra la gran paura che avevano di esser da Roma scoperti. Talvolta paiono fare oltraggio anche alle persone a lor care, per significare le loro allegorie. In due luoghi il Boccaccio parla del padre con una irriverenza che scandalizza, e della morte di sua figlia; ma sono due mere apparenze: quel vecchio avaro che fu creduto il padre e* il Santo Padre, e quella fanciulla che fu creduta la figlia e* la setta. In cio* consisteva il parlar doppio. Ho scorto una infi/nita* di cose, che neppure potro* dirle, e pur son vere: alcune paiono pazzie mie, alcune altre sono empieta* loro; onde dovro* tacere si* l'une che l'altre. Non tutti erano sinceri Albigensi; vari erano Templari, i quali non credevano affatto alla divinita* di Cristo, e, fingendo di parlar di lui con divozione, esprimevano le loro idee settarie. Fra costoro pongo principalmente il Boccaccio. Questi sono nodi assai intrigati e pericolosi: alcuni non so esporli, ed alcuni altri non voglio. Quello pero* che posso e voglio fare, e* di tanta importanza che per se@ bastera* a far conoscere al mondo che di quel secolo e di quegli scrittori non vedeva che la sola misera scorza. Ma prima che interamente se ne persuada, oh quanti fischi mi converra* soffrire! Quando ci rifletto, chiamo me medesimo un solennissimo frenetico e demente che mi voglia esporre alla derisione de' ciechi per desio d'illuminarli. E intanto consumo gli anni e la salute per esser deriso! Vi prego con le mani giunte di fare del mio scritto tutto cio* che vi pare e piace. Se esso potesse comparire col mio nome, io non lo dedicherei ad altri che a Ch.L. Esq.re; ma non potendo cio* essere, per mille riguardi, esca alla ventura d'un giornale letterario, se puo* avervi luogo. In questo momento da tutti i pulpiti d'Inghilterra, e principalmente di Londra, si predica per dimostrare che il Papa e* la bestia apocaliptica; in qualunque chiesa entri la domenica, questo e* l'argomento del sermone. Io credo che cio* si faccia per alienare l'animo della nazione dalla pretenzione de'cattolici. Lo scritto nostro uscirebbe percio* in buon punto e potrebbe piacere il vedere i tre padri della letteratura italiana essere stati tre precursori e anche professori della Riforma. Ma sono avvezzo a vedere cosi* deluse le mie speranze che non mi attento aprire il cuore a quest'una, per non averne una delusione di piu*. La difficolta* che incontrate intorno al morire, usato in senso di far vista di esser guelfo, mi farebbe qualche peso se non avessi centinaia di pruove in contrario. Io ho creduto che, dopo aver assodato il punto principale intorno a Satanno, tutte le picciole cose non avessero bisogno di dimostrazione estesa: altrimenti lo scritto verrebbe minuzioso e / lunghissimo. Ma senza cio* sappiamo che chi finge nelle persecuzioni di religione esser quale non e*, commette un peccato d'idolatria. Quel provenzale scriveva: "Chi si sottomette alla sua dominazione e* morto': non solo chi adotta la sua credenza, ma chi si sottomette alla sua dominazione, anche senza abbracciarne la fede. Quegli infelici erano tutti morti in questo senso. E percio* aspettavano il di* della risurrezione in cui i beati al novissimo bando risorgessero fuori della tombe, la rivestita voce alleluiando: non solo i dannatino, ma anche i beati; e cio* vuol dire che questi eletti avevano faccia di morti; e chi potevano esser costoro, se non que' che fingevano guelfismo per necessita*, come Dante, Petrarca, Boccaccio, e i simili loro? Tutti stiamo ottimamente bene. Ed io starei anche meglio, se potessi vedermi innanzi una speranza di proficuo lavoro. Ma sia comunque, un disinganno e* sempre un guadagno, perche@ mi fa almeno metter l'animo in pace, e fa pensare ad altro la mia indecisa mente. Vi rinnovo i miei voti, Vostro obbligatissimo, Gabriele Rossetti. *** allegorie. In due luoghi il Boccaccio parla del padre con una irriverenza che scandalizza, e della morte di sua figlia; ma sono due mere apparenze: quel vecchio avaro che fu creduto il padre e* il Santo Padre, e quella fanciulla che fu creduta la figlia e* la setta. In cio* consisteva il parlar doppio. Ho scorto una infi/nita* di cose, che neppure potro* dirle, e pur son vere: alcune paiono pazzie mie, alcune altre sono empieta* loro; onde dovro* tacere si* l'une che l'altre. Non tutti erano sinceri Albigensi; vari erano Templari, i quali non credevano affatto alla divinita* di Cristo, e, fingendo di parlar di lui con divozione, esprimevano le loro idee settarie. Fra costoro pongo principalmente il Boccaccio. Questi sono nodi assai intrigati e pericolosi: alcuni non so esporli, ed alcuni altri non voglio. Quello pero* che posso e voglio fare, e* di tanta importanza che per se@ bastera* a far conoscere al mondo che di quel secolo e di quegli scrittori non vedeva che la sola misera scorza. Ma prima che interamente se ne persuada, oh quanti fischi mi converra* soffrire! Quando ci rifletto, chiamo me medesimo un solennissimo frenetico e demente che mi voglia esporre alla derisione de' ciechi per desio d'illuminarli. E intanto consumo gli anni e la salute per esser deriso! Vi prego con le mani giunte di fare del mio scritto tutto cio* che vi pare e piace. Se esso potesse comparire col mio nome, io non lo dedicherei ad altri che a Ch.L. Esq.re; ma non potendo cio* essere, per mille riguardi, esca alla ventura d'un giornale letterario, se puo* avervi luogo. In questo momento da tutti i pulpiti d'Inghilterra, e principalmente di Londra, si predica per dimostrare che il Papa e* la bestia apocaliptica; in qualunque chiesa entri la domenica, questo e* l'argomento del sermone. Io credo che cio* si faccia per alienare l'animo della nazione dalla pretenzione de'cattolici. Lo scritto nostro uscirebbe percio* in buon punto e potrebbe piacere il vedere i tre padri della letteratura italiana essere stati tre precursori e anche professori della Riforma. Ma sono avvezzo a vedere cosi* deluse le mie speranze che non mi attento aprire il cuore a quest'una, per non averne una delusione di piu*. La difficolta* che incontrate intorno al morire, usato in senso di far vista di esser guelfo, mi farebbe qualche peso se non avessi centinaia di pruove in contrario. Io ho creduto che, dopo aver assodato il punto principale intorno a Satanno, tutte le picciole cose non avessero bisogno di dimostrazione estesa: altrimenti lo scritto verrebbe minuzioso e / lunghissimo. Ma senza cio* sappiamo che chi finge nelle persecuzioni di religione esser quale non e*, commette un peccato d'idolatria. Quel provenzale scriveva: "Chi si sottomette alla sua dominazione e* morto': non solo chi adotta la sua credenza, ma chi si sottomette alla sua dominazione, anche senza abbracciarne la fede. Quegli infelici erano tutti morti in questo senso. E percio* aspettavano il di* della risurrezione in cui i beati al novissimo bando risorgessero fuori della tombe, la rivestita voce alleluiando: non solo i dannatino, ma anche i beati; e cio* vuol dire che questi eletti avevano faccia di morti; e chi potevano esser costoro, se non que' che fingevano guelfismo per necessita*, come Dante, Petrarca, Boccaccio, e i simili loro? Tutti stiamo ottimamente bene. Ed io starei anche meglio, se potessi vedermi innanzi una speranza di proficuo lavoro. Ma sia comunque, un disinganno e* sempre un guadagno, perche@ mi fa almeno metter l'animo in pace, e fa pensare ad altro la mia indecisa mente. Vi rinnovo i miei voti, Vostro obbligatissimo, Gabriele Rossetti. ***