1 23, Lower Thornhaugh Str., Bedford Sq. 7 di febbraio 1826 Gentilissimo Signore, Ogni linea della vostra lettera mi scopre in voi un fondatissimo conoscitor della Divina commedia, e la vostra nota&1 sul passaggio astronomico del Paradiso (di cui faro* mio profitto, e vostra lode) conferma anche piu* una tal idea. Quindi la soddisfazione che mostrate pel primo volume del mio Comento mi e* onorevole e grata; e si distingue fra le molte testimonianze spontanee e franche che da molti lati ne ho ricevuto da ragguardevoli letterati che neppur conoscea. Grande e* la intrapresa cui mi sono spinto incontro, piu* grande la fatica che vi ho tollerata, e grandissima quella che mi rimane; ma quando ne ricevo tal premio io ne desumo contento e coraggio. Oh quai cose a dir mi restano! Posso asserire che ogni passo che mi rimane del lungo viaggio dantesco sara* una nuova scoverta. Ma (purtroppo il sento!) la sola gloria non basta ad un migrato, che puo* ripeter con Dante urget me rei familiaris angustia; e che, per evitar tal destino, ha d'uopo di raccomandarsi a se stesso ed alle sue fatiche in terra straniera. Veggo con dolore che se dopo il secondo volume, con cui completero* l'Inferno, io non avro* saputo attirare almeno 600 soscrittori, saro* costretto a sospendere un'opera si* lunga, si* laboriosa e dispendiosa cotanto. Io qui distillo la mia povera testa, e i librai d'Italia e di Francia ne beranno il sugo, e se ne impingueranno. Per compire il mio studio mi occorre il sussidio di cento e cento libri, oltre il lungo e profondo esame del poema. Le tre faci che mi han finora scortato mi dovran sempre far lume: la Critica, la Storia, e la Filosofia aristotelica con la Teologia scolastica; talche@ il mio Comento presentera* sul suo corso quasi un prospetto dello scibile di quel secolo, anzi una storia letteraria del risorgimento della cultura in Europa. Se, oltre l'applauso, che ho cominciato a ritrarne, saro* incoraggiato da piu* solido frutto, io seguiro* con forza e rapidita*: altrimenti saro* costretto a non consecrare al lavoro che le sole ore le quali da altre occupazioni mi avanzano. Sara* fatalita* per Dante: ma veggo che s'io manco nel corso del mio cammino, ei non sara* forse capito mai piu*. Non mi apponete a vanita* questa proposizione ch'e* figlia dell'esperienza. I consigli che avete avuto la bonta* di darmi mostrano la vostra intelligenza. Ma come eseguirli senza raddoppiar la spesa? Se la sola stampa (horribile dictu!) mi e* costata ben 325 lire sterline (oltre 22 altre di copiatura) che sarebbe stato se vi avessi aggiunto i rami che giudiziosamente desiderate? - Se i miei voti saranno secondati, voi avrete in un settimo volume tutte le altre opere di Dante, che per la prima volta diverranno intelligibili: e massime la Vita nuova ed alcune canzoni, che ora sono veri enigmi. Ne@ vi mancheranno i due indici che desiderate, tanto piu* che il lavoro mi e* stato assai ben preparato dal Volpi&2. Ma tutto dipende dall'esito. Oh, se in Inghilterra vi fossero molti che vi rassomigliassero nella conoscenza e nello zelo per la nostra classica letteratura! Cio* solo basterebbe. Non oso sostener con fermezza cio* che ho scritto intorno all'impresa che fu nel cominciar cotanto tosta: ma riguardo al cominciare terro* sempre fermo, non gia* per l'etimologia ma pel significato che Dante gli da*. Quando leggerete il resto del volume, ed una nota aggiunta al canto XI, troverete la risposta alla vostra opposizione. Gradite, o Signore, i miei ringraziamenti, ch'io verro* a confermarvi anche a voce: e permettete ch'io rimanga Vostro servo divotissimo Gabriele Rossetti. 1Una nota su Paradiso i.39 che il L. aveva acclusa alla sua lettera del 30 gennaio 1826, con la quale ebbe inizio il carteggio. 2G.A.Volpi, Indici ricchissimi ... della "Divina commedia', Padova, 1727. 2 38 Charlotte Street, Portland Place. 11 di dicembre del 1827 Gentilissimo Signore, La vostra lettera mi ha fatto sentire che laudari a laudando viro e* dolcissimo premio a tollerata fatica. Non vogliate credere che per metter fuori ciascun volume di Dante io abbia bisogno di due anni. Il secondo era pronto per la stampa fin da un anno fa, e la pubblicazione ne fu ritardata per esterna causa. Il Masi, libraio di Livorno, mi avea promesso di continuare la edizione originale in Italia, ed io mi ci era indotto per motivi di risparmio. Ma poi vedendomi trasportato da mese a mese, e scorgendo impossibile, per la natura dell'opera, che una tale stampa potesse eseguirsi in paese papale, mi determinai nello scorso aprile a continuarla qui. Posso dirle che ogni volume seguente e* nel caso di comparire con la sola dilazione di un anno; ma cio* dipende dallo spaccio che avro*. Se la vendita si estendera* a 500 copie, tosto il terzo volume (il quale e* in gran parte abbozzato) avra* il suo total compimento, e di qua a sei mesi andra* sotto il torchio. Questo terzo volume conterra* il Purgatorio tutto intero, e non sara* per cio* maggiore de' due precedenti. Avra* al termine una disamina (piu* breve e piu* succosa) del sistema allegorico. E lo stesso dicasi del Paradiso. Gli altri due ultimi volumi&1 conterranno preziosissime mie ricerche intorno ad ulteriori segreti del poema e di tutto il secolo misterioso e settario della letteratura italiana; e di piu* tutte le altre opere di Dante; cioe* la Vita nuova illustrata ad abbondanza, il Convito in gran parte esposto, il libro De monarchia, quello del Vulgare eloquio, i Salmi penitenziali, il Credo ghibellino, il canzoniere, insomma opera omnia del gran padre Alighieri per la prima volta riunite. L'edizione piu* completa delle cose dantesche che finora si conosca e* quella dello Zatta (Venezia, 1760), la quale e* mancante di circa 20 componimenti lirici, delle egloghe latine e di tre lunghe lettere importantissime (quella ai potentati d'Italia nella venuta di Arrigo, quella ai cardinali italici, scritta dopo la morte di Arrigo, e quella ad un religioso, parente del poeta), le quali cose tutte si troveranno nella edizione mia. Il lavoro, ch'io presentero* sotto il modesto titolo di Comento analitico su Dante, conterra* la storia segreta di / tre secoli della letteratura italiana, anzi delle opinioni politiche e dommatiche, e scoprira* cose che non oso dirle prima di dimostrarle, perche@ parrebbero incredibili; ma saranno da me provate con tal ricchezza di monumenti e con tal forza di ragioni che riuscira* opera disperata il volervi negar fede. Pria di tutto dimostrero* da che e* derivato che sinora sieno rimaste ignote; e mi lusingo che quello che diro* persuadera* chicchessia. Credetemi, caro Signore, che la cosa e* si* sicura ch'io non avrei difficolta* ne@ di scommettere buona somma, ne@ di prendere un giuramento davanti ad un magistrato sulla indubitabile esistenza di quanto ho finora asserito e in parte provato. Se volete in qualche modo capire da che sia derivato che non furono mai sapute, leggete l'opera recente del Dr McCrie intitolata History of the Progress and Suppression of the Reformation in Italy in the Sixteenth Century, e vedrete di quanta cura e di quali mezzi si valse la corte romana per non farci conoscere le cose ch'ella voleva seppellire nel silenzio. Citta* e provincie intere avevano abbracciata la riforma in Italia; migliaia di vittime furono sacrificate; quasi tutt'i monumenti furono distrutti ecc., e il mondo ha quasi ignorato tutto cio*. Onde, se la terribile potenza papale e* riuscita a non farci conoscere cio* ch'e* accaduto si* vicino a noi, nel secolo XVI, quando la stampa era stabilita in tutta Europa, quando vi erano tanti paesi riformati, dove i perseguitati potevano ricoverarsi e la parola e la tipografia era libera, che cosa dee dirsi del secolo XIII e XIV, ne' quali non vi era stampa, non vi erano asili, ecc. e ne' quali il potere della corte romana era irresistibile? Egli e* certo altronde che molte sette antipapali allora fermentavano, per le quali in Italia furono consegnate alle croci ed ai roghi migliaia di migliaia di vittime. Valdesi, Patarini, Albigesi, Catari, Consolatori ecc. erano tutte sette di quel tempo. Cio* non si nega, cio* e* riconosciuto, cio* non e* potuto rimaner nascosto. Or dove sono i monumenti di tali sette? E se io vi dimostrero* con autorita* e fatti innegabili che queste sette avevano un linguaggio arcano e convenzionale, per lo quale parlando d'amore, parlando di religione, parlavano delle loro opinioni, potra* piu* dubitarsi della realita* del mio assunto? Io ho documenti e testimonianze storiche per assodar tutto questo, ed andero* piu* innanzi che il Dr McCrie, al quale molte cose sono sfuggite. Finalmente la seguente quistione "E* vero che la corte romana, per mezzo de' tanti suoi chercuti, abbia soppresso ogni sentore di quelle antiche opinioni politiche e religiose?' si ridurra* a quest'altra: "Voleva la corte romana sopprimerlo? Poteva sopprimerlo, / senza che il mondo se ne accorgesse?' E quando avro* dimostrato che voleva e poteva, e finalmente che lo ha fatto, niun dubbio piu* rimarra*. Io non abbandonero* il mio argomento, se non quando l'avro* portato ad un punto di totale evidenza: vedrete se mento. Riguardo alle Esposizioni in prosa al termine di ciascun canto, le quali dite rimpiagnere come mancanti in questo secondo volume, vi fo riflettere che la mancanza e* apparente e non reale. Tutte l'esposizioni vi sono, o caro Signore, sotto i passaggi parziali di ciascun canto. Chi tutte le trascrivesse in un'altra edizione ne avrebbe il perfetto complesso; e non vi e* mente limitata che non sia capace di tanto. Per mostrarvi quanto cio* sia vero, voglio venire ad un esempio. Io non so quale canto voi vorreste preferire: scelgo il primo del IIo volume come a caso. Vedete, s'e* vero. Esposizione del canto XII Il luogo ove i poeti vennero, per discender la ripa della voragine, era alpestre; ed anco per quello ch'ivi era, tal e* quel luogo ch'ogni sguardo ne sarebbe schivo e inorridito. Qual e* quella ruina del Monte Barco che (o per tremuoto che scosse le rupi, o per sostegno che venne manco al di sotto) percosse il fiume Adice nel fianco di qua da Trento; di modo che dalla cima del monte, da cui verso il piano la crollata roccia si mosse, e* si* discoscesa che a chi fosse sulla cima darebbe appena una qualche via per andar giu*; cotale era la scesa di quel precipizio. E in su la cima superiore di questa rotta cavita* era disteso a guardia il Minotauro, infamia dell'isola di Creta, mostro concepito nella falsa vacca di legno, fabbricata da Dedalo. E quando quel demonio vide i due poeti, morse rabbioso se@ stesso, siccome quegli cui l'ira internamente lacera e rode. Il savio Virgilio allora grido* verso lui: "Credi tu forse che qui sia il duca d'Atene (Teseo), che lassu* nel mondo ti die' la morte? Partiti, bestia, lasciaci libero il varco; perche@ questi non viene qui ammaestrato dalla tua sorella Arianna, ma ei si va giu* per vedere le vostre pene.' Qual e* quel toro che si slaccia impetuoso dai legami in quel punto che ha ricevuto sul capo il colpo mortale, che sbalordito non sa gire con equabil passo, ma saltella qua e la*, cotale Dante vide divenire il Minotauro. E Virgilio grido* accorto: "Corri al varco: mentre che quel mostro e* in furore, e* bene che tu, approfittandoti del contrattempo, ti cali giu*.' Cosi* ambi i viatori presero via giu* per lo scarico di quelle pietre, che spesso moveansi sotto i pie* di Dante per lo nuovo carico di un uomo vivente. Dante, nello scendere, gi*a pensando, e Virgilio gli disse: "Tu pensi forse a questa rovina ch'e* tenuta in guardia da quell'ira bestiale ch'io ora con le mie parole resi vana? Or voglio che sappi che l'altra fiata ch'io discesi quaggiu* nel basso Inferno, per servire all'incanto d'Erittone, questa roccia non era ancor cascata. Ma certo (s'io ben discerno la cagione che la fe' cadere) poco pria che venisse colui che levo* a Satanno la gran preda del cerchio superno (i patriarchi del limbo), questa profonda e sozza valle tremo* si* da tutte le parti ch'io pensai che l'universo sentisse amore, per lo quale v'e* chi crede (cioe* Empedocle nel suo sistema) essersi piu* volte il mondo converso in caos, nella simpatia che gli elementi attrasse e confuse. Ed in quel punto questa vecchia roccia fece riverso qui (fra i violenti), ed altrove anche / piu* (fra i fraudolenti). Ma ficca gli occhi al basso, perche@ s'approssima la riviera del sangue, nella quale bolle qualunque produca nocumento in altrui, o nella persona o nelle sostanze.' Qui il poeta nel rammentare l'osservata pena, prodotta o dal concupiscibile o dall'irascibile mal regolati, esclama: "O cieca cupidigia, o ira folle, che nella vita corta mortale ci spronate si* ai delitti, e nell'eterna poi ci tuffate si* miseramente nel sangue!' Ei vide un'ampia fossa, piena di sangue bollente, torta in arco circolare, come quella che abbraccia tutto il ripiano del settimo cerchio, secondo che la sua scorta gli avea detto. E tra 'l pie* della ripa della voragine ed essa fossa (cioe* sul margine del fiume) centauri armati di saette, come solean fare nel mondo andando a caccia, correano in traccia di perduti per saettarli, se mai uscissero dal bollente sangue piu* di quel che la pena esigeva. Ciascuno di que' centauri, vedendo i poeti calar per la rovina, ristette; e tre di loro si dipartirono dalla schiera in cui erano, con archi e frecce che prima elessero per averle pronte al bisogno. E l'un di essi grido* da lungi: "A qual martiro venite voi che scendete la costa? Ditelo di costi*, ove siete; se no, tiro l'arco.' Il maestro di Dante rispose: "Noi faremo la risposta a Chirone, ch'e* costa* di presso. Mal per te, la voglia tua fu sempre si* subitanea e impetuosa!' Quindi, senza levar gli occhi dal minaccioso centauro, tento* Dante col gomito e disse: "Quegli e* Nesso, che mori* per la bella Deianira e fe', morendo, egli stesso la vendetta di se@ con l'insanguinata camicia. E quel di mezzo, che in atto cogitabondo si mira al petto, e* il gran Chirone, il qual nutri* Achille. Quell'altro e* Folo che fu si* pien d'ira contro i Lapiti. I centauri vanno a mille a mille d'intorno al circolar fosso saettando qualunque anima si emerga dal sangue piu* di quel grado che la sua colpa le merito* e dielle in sorte,' ecc. ecc. ecc. E cosi* del resto, ch'e* piu* facile ancora. Chiunque, ristampando in appresso il mio comento, volesse aggiungervi le esposizioni in prosa, come nel vol. I, potra* farlo agevolmente, con la sola pena di trascrivere tutt'i passaggi esposti, e col trascrivere il testo pure, dove la sostituzione manca. Io col sopprimere questo lavoro ho guadagnato 70 pagine, che ho consecrato a cosa piu* necessaria; perche@ altrimenti il volume sarebbe stato assai grave, con danno maggiore della mia borsa. Il Vi prego, garbato Signore, di dirmi senza riserva tutto quello che pensate intorno al mio lavoro. Dal giudizio de' conoscitori posso in certo modo presentire quello del pubblico; e dai loro consigli posso migliorare il mio metodo di esporre. Ho ricevuto tempo indietro una nuova lettera dal signor Cary, nella quale e* stato cortese di molta lode al mio primo volume, ma non ancora aveva letto il secondo. Potrei fare una raccolta di vari giudizi favorevoli di dotti, che mi hanno incoraggiato; ma io, per animarmi a seguire, ho bisogno di maggior favore del pubblico in generale. Non comincero* la stampa del terzo, se prima non veggio smaltiti almeno 500 esemplari. Non vogliate pero* credere ch'io voglia desistere dall'impresa, e portar meco nel sepolcro il frutto di tante mie meditazioni e di tante ricerche su due secoli della patria letteratura. Io scrivero* interamente il mio comento, anche nel caso che non debba stamparlo. Terro* il manoscritto presso di me, finche@ il merito di si* laboriosa e difficile impresa sia riconosciuto e pregiato. Tempo verra* in cui sara* richiesto o a me, o a miei eredi: cio* non puo* mancare. Se io fossi ricco,/ continuerei la stampa senza altro stimolo che quello dell'amore delle patrie lettere; ma povero esule e senza mezzi, come posso andare incontro a certa ruina, con danno della mia famiglia? Se trovassi un libraio che volesse pagarmi non altro che 300 lire sterline per ogni volume, il quale richiede tante meditazioni, tanta lettura, tanto svolger di libri e menar di penna, io gli abbandonerei il mio manoscritto. Ma se ne@ tal offerta si presenta, ne@ maggior vendita accade, io senza cessar dal lavoro cessero* dalla stampa. Il male si e* che nessuna rivista, in accreditata pubblicazione periodica, e* sinora comparsa del mio comento. Il Quarterly Review e l'Edinburgh Review&2 hanno taciuto, e non so perche@; mentre rendono conto di opere di assai minor polso e talvolta anche futili o poco significanti. Qui non vi e* strada di mezzo: o quello che ho scoperto e* riconosciuto per vero, e allora il mio comento e* una cosa di grandissima importanza, ed io debbo meritare que' titoli che voi vi siete degnato di darmi, con altri uomini di vaglia vostri pari; o quello che ho scritto e* riconosciuto per falso, e allora il mio comento e* una solenne frenesia, ed io debbo essere dichiarato il primo pazzo di questo mondo. Ma si* nell'uno che nell'altro caso, bisogna pur parlare dell'opera mia; e non gia* tacersi, come fosse nulla. Quanto mai non si e* scritto e del Lombardi, e del Venturi, e del Biagioli, e di altri che si sono limitati al solo miserabil senso letterale? E di me, che non pure ho dato l'interpretazione letterale piu* completa che finora si conosca e l'ho rettificata in cento luoghi in cui fu male intesa, ma ho messo fuori tesori di recondita dottrina si* morale che politica; di me, che ho tratto dal buio un mondo incognito e l'ho posto in chiara luce, mentre se ne ignorava fin l'esistenza; di me, che ho cangiato la natura e l'essenza al piu* gran poema del mondo ed a due secoli della letteratura italiana; di me, ripeto, nessuno vorra* far parola nell'Inghilterra, in cui tanto si scrive e tanto si legge? Staremo a vedere. Credetemi pure, o Signore, che non e* ambizione letteraria che mi fa dir cio*, ma solo desiderio di veder incoraggiata l'impresa mia, acciocche@ sia menata a termine; poiche@ la giudico di somma importanza, e so di non ingannarmi. I Filo-Danti dovrebbero cooperar meco alla bell'opra; ma sventuratamente questi non son molti; basterebbe pero* quattro o cinque zelanti, quale voi siete, poiche@ non e* finalmente difficile il trovare 500 compratori di un'opera interessante, e trovarli in una ricca nazione di 22 milioni di abitanti, in cui vi e* amore del sapere, istruzione e curiosita*. Io mi attendo dal mio secondo volume l'effetto che tanto desidero; altrimenti diro* che habent sua fata libelli, e lavorando per la posterita*, mi mettero* l'animo in pace. Due anni e non piu* mi bisognano per compire tutto il poema, e due altri anni pel rimanente. Non mi chiamate audace se, nel farvi una confidenza, oso darvi una preghiera. Ho presentata la mia petizione al Comitato della Nuova Universita* di Londra&3, per aspirare alla cattedra di letteratura italiana che / ivi dovra* stabilirsi. Se vi fosse un concorso per esame, non mi raccomanderei ad altri che a me stesso, ma qui il giudizio si forma sull'avviso de' dotti cultori delle lettere italiane. In Napoli feci un simil concorso&4, nella Regia Universita*, e riportai unanimita* di suffragi ne' tre esperimenti, di scrivere extempore sopra punti tirati a sorte in latino ed in italiano; e poi di parlare dalla cattedra in pubblico. Or non avreste Voi fra gli elettori un qualche amico? Il giudizio di un personaggio qual voi siete, e la raccomandazione di un giudice competente, puo* farmi buon giuoco. Io vi assicuro, pregiatissimo Signore, che operero* di modo (se quella cattedra ottengo) di non farvi mai rimproverare la vostra raccomandazione, poiche@ lo zelo mi terra* luogo di talento in una materia che ho per anni coltivati. L'amore del vostro paese dee farvi desiderare che un degno professore istilli ne' britannici giovanetti l'amore del bello e il senso del vero gusto. Se un uomo piu* provetto di me fosse tra gl'italiani che qui sono, e* giusto ch'ei sia preferito; ma se io fossi piu* a proposito di altri, sarebbe un danno pel paese che altri mi rapisse la palma. Ecco i nomi degli elettori: Rt Hon. James Abercrombie - Lord Auckland - Alex. Baring - George Birkbeck - Henry Brougham - Th. Campbell - Viscount Dudley - Isaac Goldsmid - Olinthus Gregory - George Grote - Jos. Hume - The Marquis Lansdowne - Zachary Macaulay - Sir James MacKintosh - James Mill - The Duke of Norfolk - Lord John Russell - Benj. Shaw - John Smith - Will. Tooke - Henry Warburton - Henry Waymouth - John Whishaw - Th.Wilson&5. La raccomandazione vostra, o di qualche vostro amico, non arriverebbe senza appoggio, poiche@ uomini accreditati in sapere e "Italian scholars' hanno gia* scritto caldamente per me, come Mr Rose&6, Mr Cary&7, Mr Davenport&8 ed altri. Gran bene sarebbe per me se avessi una situazione stabile, onorevole, consentanea ai miei studi, e la quale puo* divenir lucrosa. Vi saluto e sono Vostro servo divotissimo Gabriele Rossetti. 1Cf. il piano dell'opera abbozzato nella lettera del 7 febbraio 1826. 2Fra le riviste letterarie dell'epoca la Edinburgh (fondata nel 1802) e la Quarterly (1809) - antagonisti strenui - godevano d'una speciale reputazione e influenza. 3Istituzione privata, ricostituita nell'1836 col nome che porta ancora: University College London. 4Per la Cattedra di Eloquenza, che, nell'1818, il R. non riusci* ad ottenere. 5Fra questi lumi della societa* della metropoli (parecchi aristocratici; qualche deputato al Parlamento; personaggi dell'alta e media borghesia) alcuni conoscevano gia* il R: cioe* Thomas Campbell, Henry Brougham e Lord Lansdowne, tramite le raccomandazioni di J.H.Frere e dei Moore. Nell'evento il concorso fu vinto da Antonio Panizzi, appoggiato dal Brougham, mentre il Campbell preferi* la candidatura di Ugo Foscolo. 6W.Stewart Rose. Raccomandato a Rose dal Frere, il R. era stato accolto con molta cordialita* (giugno 1824); offrira* al suo nuovo amico consigli per la sua traduzione inglese dell'Orlando furioso. 7Il R. aveva conosciuto il celebre Dantista inglese in gennaio 1825 tramite il poeta S.T.Coleridge. 8Edward Davenport, M.P. (Deputato.) Conosciuto dal R. tramite raccomandazione del Frere, il Davenport aveva aiutato l'esule ad ottenere abbonamenti al primo volume del Comento analitico, apparso alla fine del 1825, e ne era stato ricompensato con la dedica del secondo volume (1827). 3 6 del 1828 38 Charlotte Str. Portland Place. Gentilissimo Signore, Non mi chiamate importuno se in un momento di fiera agitazione di spirito, che mi ha menato quasi al delirio, io, per disfogare il mio cuor trafitto, prendo la penna per iscrivere a tutti gli amatori della letteratura italiana. In un accesso di rabbioso dolore sono stato sul punto piu* volte di gettare al fuoco tutt'i miei manoscritti su Dante, per non pensarvi mai piu*; ne@ sono cosi* sicuro di me stesso che in un momento o in un altro io nol faccia. Ho maledetto e maledico in ogn'istante il punto malauguroso che ho presa la penna per iscriverne la prima linea; e certo fu un gran disastro per me. Questo lavoro che mi costa tante vigilie, tante ricerche, tanto studio; questo lavoro pel quale ho trascurato altri utili mezzi di guadagnare onestamente; questo lavoro dal quale sperava, se non altro, almeno la ricompensa di un qualche nome in un paese dove sono giunto sconosciuto; questo lavoro e* per formare la mia mendicita* e il mio discredito in Inghilterra: e tutto cio* per l'ingiustizia degli uomini venali. Credereste, caro Signore? Nel Quarterly Review or publicato&1 tutta la critica che la mia fatica ha meritata e* stata una sola pagina di scherno e d'irrisione, nella quale le piu* dolci espressioni sono quelle che chiamano il mio comento rabinica interpretazione, e i miei argomenti membra d'Arlecchino, e le mie pruove sogni e chimere; e tutto cio* senza rendersene ragione. E con l'arma del ridicolo e della beffa si combatte un sistema appoggiato/ ad un critico esame si* minuto, a centinaia di monumenti si* parlanti, a tanta erudizione, a tanti argomenti? Io che son conscio della realita* delle mie scoverte, io che so qual cosa a dir mi rimane per far ammutir chicchessia, io mi riderei di un ingiusto che mi ha cosi* maltrattato; ed avrei un largo compenso ai fischi di un solo negli applausi di molti dotti e sapienti. Ma siccome, screditata la mia opera in un giornale letterario che ha credito, mi si chiude ogni via a spacciarla, e sono crudelmente defraudato di ben meritato guadagno, cosi* deggio far gran caso di questa crudele azione che cerca di avvilirmi e vituperarmi. In verita*, caro Signore, se veggo che in Inghilterra nessuno risponde per me, se veggo che l'Edinburgh Review o altro buon giornale non mi vendicano di cotanto affronto, io dichiaro che ho gia* finito. Tanto meglio, risponderanno i miei persecutori, questo e* quel che cerchiamo: e tanto meglio, rispondero* io pure, cosi* mi liberero* dalle vostre persecuzioni, e dal faticare per non aspettarne ricompensa, e dal perdere la mia testa e 'l mio denaro, in evidente pericolo di andar carcerato per debito. Credereste, o Signor caro, credereste? Non solo non ho ritratto ancora nessuna mercede da tanta fatica, ma ho tuttora sulle spalle due grossi debiti che formeranno forse la mia rovina. Questo che or vi diro* rimanga in vostra confidenza. Il signor John Murray&2 che mi ha caricato #325 pel primo volume, non solo non ha fatto nulla per dare corso e nome all'opera, non solo non la fe' annunziare da nessun foglio, dopo che mi ha posto in nota #40 per le pubblicazioni, ma quel ch'e* peggio non si e* fatto pagar da nessuno, ne@ del primo ne@ del secondo volume; ed ora dubito (ma forse e* giudizio temerario) ch'egli mi ha fatto menar questo colpo fatale, per darmi l'ultimo crollo. Sappiate in breve come va l'affare. Vedendo la grave spesa tipografica d'Inghilterra, io mi era risoluto, dietro un invito del libraio Masi di Livorno, di stampare il secondo volume in Italia. Non volli dar questo passo senza il consenso del Murray, il quale mi disse di esserne contento. Ma siccome poi al Masi fu proibito dal governo di cola* di continuare la stampa, che rimase interrotta a meta*, cosi* io mi risolvei a stampare qui da me stesso, credendomi essere stato suffi/ciente il primo consenso di Murray. Compito il volume gli scrissi per farglielo sapere, e misi tutta la edizione in sua mano, pregandolo sul punto stesso che, nel far consegnare ai soscrittori il secondo volume, ritraesse il prezzo di tutti e due, affinche@ io fossi nel caso di pagar lui e di pagare il mio nuovo stampatore. Promise di farlo, e mi vende@ dolci parole, e poi (horribile dictu! incredibile auditu!) ha dispensato il secondo volume, senza esigere un soldo; cosicche@ mi trovo interamente scoverto de' due debiti, nel manifesto pericolo di andar carcerato. Io credo che a lui fosse dispiaciuto ch'io avessi stampato il libro in Inghilterra da me, e mi ha cosi* trattato male, ed ora vado dubitando (e spero d'ingannarmi) che mi ha fatto porre in ridicolo sul Quarterly Review, affinche@ io mi scoraggiassi dal continuare; e l'ha ottenuto; perche@ se non risorgo da questo colpo fatale, mi sara* veramente impossibile l'andare avanti con la stampa. Vorrei, ripeto, vorrei ingannarmi; quando veggo che son cosi* trattato, dubito assai che non la sbaglio. Lo scrittore dice che Dante nel mio modo d'interpretare perde tutta la sua bellezza. Ma come perde la sua bellezza, se anzi l'acquista? Chi gli toglie quell'alta dignita* letterale che aveva? E non ho io fatto rilevare il senso apparente meglio che qualunque espositore? Io dunque per questo lato gli ho dato e non tolto; e gli ho dato di piu* il senso segreto che non era mai stato scorto. Dante con cio* diventa piu* mirabile; poiche@ non puo* mancare dal produr maraviglia maggiore, al riflettere che avendo scritto con quelle segrete catene parve cosi* libero. La liberta* apparente, la bellezza letterale e* stata da me accresciuta; l'intenzione segreta, la significazione allegorico-politica e* stata da me scoverta: e Dante con cio* diventa quasi duplicato: ov'e* dunque che perde? Lo scrittore per beffarmi si e* attaccato a quella parte ch'io ho solo annunziata, e che ho promesso di assodare in appresso; a quella parte della quale non ho voluto far conto, dicendo al principio della pag. 502 Valga pur nulla. Nell'impegno di svilirmi egli ha prodotta l'arme mia piu* debole, per metterla come saggio del resto; ed affinche@ piu* fosse manifesta la beffa ha scelto, dai 24 esempi di anagrammi che io porto, il piu* debole, il meno visibile. Ed affinche@ paresse anche piu* ridicolo, ha scritto i versi come fossero prosa, per fare sparire la posizione locale dell'anagramma. Cosi* trattandomi da buffone e da scimunito ha creduto dare un saggio di quel che ho scritto. Intanto chi non ha / letta l'opera qual idea puo* formarsene, affidandosi a quel sincero giudizio? Quando ho letto quella indegnita* mi son ricordato delle parole di Colombo, che tornando incatenato e calunniato dall'America, che ora e* il nido d'un nuovo mondo glorioso e si* utile al vecchio, diceva imprecazioni al genio che lo avea condotto a quella scoverta. E cosi* fo io nel correre la sorte degli scopritori. Amarezze e insulti in vita, applausi e benedizioni dopo morte! Vedi destino! Ho voluto, gentil Signore, informarvi de' motivi oltraggiosi che mi ritraggono da questa impresa, affinche@ non mi chiamiate leggiero, se vedrete che non continuo l'opera. Che se poi fossi vendicato da altro giornale di credito, allora potrebbe anche darsi che quel beffardo sarcasmo mi giovasse a richiamare l'attenzione del pubblico sul mio Dante; e dicendo che non ogni male vien per nuocere, come noi Italiani diciamo, entrerei rinvigorito all'arena per continuare la lotta col vecchio errore; e tali armi ho in mano che sarei certo di trionfarne. In ogni caso pero*, vedendo quanto amore portate al mio Dante, che voi conoscete piu* di qualunque vostro compatriotto, vi prometto che se non si stampa, leggerete sempre il terzo, il quarto volume, a misura che saranno pronti e ricopiati. Io non ho difficolta* di affidare il mio manoscritto alle vostre mani, e vedrete che ho scoperto, vedrete se meritava questo indegno trattamento. Quello scrittore dice che gli piace piu* che Dite sia Dite, e Lucifero Lucifero, piuttosto che Firenze e il Papa. Ma qui non si tratta di quello che a lui piace, ma di quello che Dante ha voluto fare. E cosi* con un bel motto si e* gittato dietro le spalle tutte le mie pruove. Bel modo di giudicare e* questo! Ma parmi di vedere ch'egli non ha letto ma leggicchiato qua e la* il mio scritto. Oh buona fede! Cosi* s'inganna il pubblico! Non crediate, Signore, ch'io abbia voglia di esser lodato. Io ho voglia di vendere per continuare; e se fossi persuaso che la maldicenza conducesse a questo scopo, piu* che l'elogio, tosto quella censura mi diverrebbe simpatica, e la preferirei ad un panegirico. Vi prego di tener con voi quanto intorno al signor Murray vi ho detto: egli non vuol giovare, ma puo* nuocere, ed a me conviene non stuzzicare chi ha unghie e denti. Perdonate e credetemi Umilissimo servo Gabriele Rossetti 1Il numero apparso in gennaio 1828 portava una recensione anonima dell'opera di McCrie sulla Riforma in Italia; l'autore della recensione (J.J.Blunt) tratto* in parentesi il Comento analitico del R. 2Dirigente della famosa casa editrice Murray stabilita a Londra nel '700. 4 38, Charlotte Street, Portland Place 28 del 1828 Amabilissimo Signore, Iddio rimuneratore vi renda quelle consolazioni che voi avete istillato nel mio troppo sensibile e troppo squarciato cuore, nella dolorosa circostanza presente che, cangiando un sacerdote&1 di Cristo in un malefico Ravaillac, me lo scatena addosso, mentre io scorreva il piu* difficile sentiero per andare alla conquista d'un mondo ignoto, ove si cela la piu* importante verita*. Io non ignorava che i Colombi e i Galilei, prima di riuscire a beneficare il mondo con la loro costanza e il loro genio intraprendente, debbono soffrire scherni e prigioni, ma non poteva mai figurarmi che la mia malaventura dovesse cangiare un ministro del santuario in un pernicioso Inquisitore di Sant'Uffizio, che in mancanza di anatemi e roghi, impugnasse lo stile del sarcasma (sic), per rider esso e far ridere altrui alle spese mie. E come! cosi* si tratta in Inghilterra un'opera fondata sull'esame minuto di tre secoli, un argomento stabilito su centinaia di monumenti, gia* pria inintelligibili ed ora chiari come la luce del sole? Quante notti spese nella meditazione di libri difficilissimi, da cui ogni lettore spaventato si allontana! Quante vigilie, quanta fatica ad edificare una reggia alla verita*! E viene uno con la maschera in faccia e lo sghignazzo in bocca, e ridendo me la rovescia, o cerca almeno di rovesciarla. Ma a suo dispetto quella reggia sta "come torre forte che non crolla giammai la cima per soffiar di venti.' Certo che, s'io avessi scritto nella lingua qui dominante, non avrebbe osato cotanto, poiche@ la sua fischiata sarebbe rimbalzata su lui dalla forza dell'opera stessa, qualora avesse per lettori il pubblico. Ma egli si e* attentato di farlo nella fiducia che pochi avrebbero potuto accorgersi del suo maleficio. Qual generosita*! Io gia* so il suo nome, e potrei svergognarlo, rendendogli pan per focaccia, come diciamo, ma il vostro consiglio e* pur il mio, perche@ e* quello della ragione. Il signor Lockhart&2, che in questa occasione mi ha mostrato sincero cordoglio, accusando se@ stesso di malaccorto nel lasciar correre nel Quarterly quelle grossolanita*, mi ha detto ridendo che quel Reverendo non degno di riverenza, dopo che ha ultimamente letti i miei due volumi, e* restato sorpreso, e gli ha confessato ch'egli si credeva d'intender Dante, che lo aveva anche tradotto in inglese per suo particolar esercizio, / e fu umiliato e sorpreso nell'accorgersi ch'egli non lo aveva capito. E intanto ora si mostra vacillante ed indeciso a riparare l'ingiuria, perche@ crede che quello e* uomo di carattere il quale mai non si contradice. Non sapeva che tra gl'Inglesi vi fosse chi si credesse infallibile, e sdegnasse di confessare di aver giudicato per mala prevenzione quel che non aveva ancor letto. Io abbandono questo affare a colui che disse: ^"Mea est ultio et ego retribuam.^' Se quegli vuol affogare cosi* i moti della sua sinteresi, vi saranno altri che mi faranno giustizia. Insisto in cio* che vi ho scritto sabato antipassato: Io son pronto a fornirvi tutt'i materiali di cui abbisognar potete. Divenga per me la vostra penna una vera spada della giustizia. Iddio rimunerera* l'opera vostra. Un vero gentiluomo inglese puo* solo lavar la colpa di un f ... sacerdote inglese. Il signor Lockhart mi ha promesso che se vi e* per me una rivista vendicativa e* pronto ad inserirla nel primo numero del Quarterly che comparira*, che aspetta una risposta da quel degno prete, ch'io ed egli abbiamo invitato ad espiare la sua colpa, fatta per pueril capriccio ad un povero straniero, che scorsa una vita intiera nelle biblioteche, e nell'amor della rettitudine, non ha altro appoggio che quello che gli deriva dall'omnia mecum porto. Quel buon galantuomo mi ha scritto (celando sempre il suo nome ch'io gia* so) dicendo che non avrei dovuto tanto offendermi di un giudizio, dove avea detto molto bene della mia esposizione letterale, ed io gli ho risposto che quello ch'egli aveva lodato era agli occhi miei si* poca cosa ch'io la regalero* a chi la vuole, e che quantunque fosse vero ch'io ho esposto la lettera di Dante in maniera da meritar quella sua lode, rettificando la sintassi in generale, ed esponendo in modo retto cento passaggi pria mal intesi, pure non era quello il vero carattere distintivo del mio lavoro, ma si* bene quello ch'egli avea denigrato e calunniato, senza averlo esaminato. Staro* a veder che risponde. Che se mai si trova una coscienza di pietra, e tale da resistere a tutte le strette della coda di Minosse; allora io, voi, Iddio ..... Io son gettato nel fango, ove non merito di essere, e non debbo rimanervi per gloria dell'altrui malignita*. Siate persuaso, o dotto Signore, che il mio assunto otterra* da me tanta evidenza, da toglier la voce a chiunque non ha una zucca per testa. Non vi siete ingannato nel dubitare che il Petrarca era della setta. La canzone che con tanto accorgimento mi avete citata e* una delle molte pruove, ma le principali sono ne' Trionfi d'Amore, della Morte, della Divinita*, ecc. Quando avro* date altre chiavi, que' versi parleranno a forme cubitali. Quella sua Laura e* un fantasma, e* un nome nato dal Lauro Imperiale. Laura era detta Madonna da altri in quella eta*, amici del Petrarca / come il vecchio Montemagno da Pistoia, che canta anch'egli una Laura viva, e piange una Laura morta. E tutti s'innamoravano nel Venerdi* Santo, o nel Giovedi* Santo. Cosi* il Petrarca: "Era il giorno che al sol si scoloraro per la pieta* del suo fattore i rai;' cosi* Onesto da Bologna: "La dispietata che m'ha giunto il Giove - Di* della cena laond'io morte attendo;' cosi* Dante, che apri* il poema col Giovedi* Santo, e cosi* altri. Io non so se voi siate Freemason, ma se lo siete gia* tutto avete capito. Una setta terribile antipapale, anzi non una ma sino ad otto, erano allora in Italia, e tutte bramavano una Riforma, e gli uomini istruiti vi erano tutti dentro, e tutti avevano quel linguaggio fittizio d'Amore e di Religione. Erano esse tanti rami pullulati dalle sette di Tolosa e di Provenza e fatte introdurre in Italia da Federico II e da Manfredi, terribili nemici del Papa. Quando avremo ben guardato in faccia Arnaldo Daniello nel Purgatorio ci orienteremo, ed avremo una bella bussola da navigare. L'esame de' versi provenzali di quel trovatore, e quel che Dante dice in gergo di lui, ci daranno il filo d'Arianna per affrontare questo appiattato Minotauro. Quando vedrete dimostrato da storiche testimonianze, ed anche di vostri contemporanei autori inglesi, che quelle sette avevano linguaggio in gergo e segni per ravvisarsi, quando vedrete dimostrato che i primi comentatori di Dante, come l'Anonimo, sapevano il segreto, ma cercarono di seppellirlo, quando vedrete dimostrato tutto cio* che ha fatto l'onnipotente Roma per soffogarne ogni sentore, spero che la cosa cangera* d'aspetto e non potra* revocarsi piu* in dubbio. E poi, la Vita nuova mettera* un suggello a quanto ora accenno. Il Papa veniva chiamato Satanno, o la gran Bestia apocaliptica, e per questo Dante chiamo* Bestialita* il peccato che raccosta al suo Lucifero, e Bestie i Guelfi, il cui colore era il rosso e 'l vermiglio, e percio* Dite-Firenze e* detta Citta* roggia con torri "vermiglie come se di fuoco uscite fossero.' Io ho forse fatto male a non distendermi con piu* dimostrazione sulla materia degli anagrammi alle punte de' versi. O non doveva toccare un tal punto, o doveva meglio assodarlo, ma mi ha sgomentato la grossezza del volume e la spesa della stampa. Que' tali anagrammi cosi* fatti erano in uso da molto tempo. I Latini nella loro decadenza se ne servivano, come pare che vi abbia con esempi mostrato in altra mia. Tale e* quello del tempo di Costantino, fatto dal vescovo Damaso: Iure pari regnat communis conditor aevi Et cum patre pia regnat sublimis in arce. Sidereo sanctis insidit numine regnis Unde mare et terras solo videt omnia nutu; Suggerit humanis et donat munera rebus. Scrivete queste linee come si scrivono i versi, e vedrete un acrostico prima ed un altro al termine. Gli scrittori italiani che non potevano finire i versi con le consonanti, invece di attaccarsi alle lettere si attaccavano alle sillabe e le presentavano in varie maniere. Quello che da Dante e* figurato in Cristo, ed e* chiamato nella sua lettera il Divino Arrigo, "utebatur gallico idiomate,' come ci assicura il Mussato, suo familiare, e Dante spesso mise l'anagramma in pronunzia francese, togliendone l'ultima sillaba CO. Ecco i luoghi dove si parla di Cristo nel Poema, e vedete chi e* quel figurato Cristo: Consiglio* i Farisei che convENia Porre un uomo per lo popolo ai martiRI (Inferno xxiii.116) Fulgurati di su di raggi ardENti Senza veder principio di fulgoRI (Paradiso xxiii.83, dove si parla del Trionfo di Cristo) Per aiutarmi al millesmo del vERo Non si verria cantando il santo RIso ecc. (Paradiso xxiii.58) Ivi dove Dante esprime la sua paura di parlar chiaro. E cosi* di altri luoghi che taccio, i quali saranno sposti a suo luogo. / Cento son gli esempi che potrei qui addurre si* di Dante che di altri poeti di quella eta*, dai quali conoscesi quanto uso facessero di tai giuochi, per disfogare la loro bile, ed evitare una morte sicura. Il nipote di Farinata, Fazio degli Uberti, ne ha de' curiosi nel suo Dittamondo, la* dove introduce Roma personificata a parlargli dell'Impero, e Roma dice ch'ella adorava l'Imperadore, rendendogli il culto di Cristo, e poi, indicando l'interno delle sue mura, di miglia ventidue, sclama: "La* si noma l'Inferno,' e per non far capire perche@ si noma cosi*, rammenta subito la voragine di Curzio. Poi Roma dice che le quattro lettere de' suoi vessilli (S.P.Q.R.) si possono interpretare in tre maniere. Una e* la vera che conoscete, l'altra e* una preghiera a Cristo cosi*: Salva Populum Quem Redemisti, e la terza dice di non poterla spiegare. Ma essendo quel luogo nomato l'Inferno (come dice) con circuito di ventidue miglia, corrispondente alla bolgia che precede quella del pozzo d'abisso, e* chiaro che la terza maniera d'interpretare quelle lettere e* questa: "Satan Papa Qui Regna', che corrisponde a "Pap'e* Satan' di Dante, Regina dell'eterno pianto. La carta manca ed io chiudo. Gran danno per le lettere sarebbe, o Signore, (e voi avete avuto la bonta* di esprimermelo) se si perdessero, o non si pubblicassero le mie scoverte intorno al poema sibillino di Dante, e intorno a tutto il secolo suo. La minor cosa sarebbe la interpretazione e rettificazione letterale del poema, per ben intendere il quale ho letto tanto, cominciando da tutti i santi padri, e terminando a tutti i poeti del '300. Sara* destino (se cio* avviene) che Dante non debba mai capirsi. Questa pietra d'inciampo che una mano sacerdotale mi getta innanzi ai passi, mi scoraggisce. Se lo fa per zelo che ha del Papa, ei s'inganna, poiche@ io che son cattolico non perdero* mai di rispetto al capo di mia chiesa, ma posso con cio* svelare, come critico, quanto si e* fatto in Italia per rettificare il politico e 'l dommatico di quella mia patria sventurata. Io sono stato espulso da Napoli per gelosia politica, e Dante fu espulso con tutt'i suoi consettaiuoli da Firenze, per gelosia politica e papalesca di Bonifazio VIII, che, avendo per mezzo della confessione appurato quel nido antipapale, mando* a snidarlo da Carlo di Valois, suo segreto agente. Questo fu il vero motivo di quella persecuzione, ed ora un prete inglese in cui e* risorto Bonifazio e Ferdinando, sta perseguitando me e Dante. Addio, caro Signore, e credetemi, pieno di gratitudine, Vostro servo, Gabriele Rossetti 1Il Rev. J.J.Blunt. 2Direttore della Quarterly. 5 23 di febbraio 1828 Mio carissimo Signore, Io temo omai di scrivervi, per due motivi: primo, perche@ vi rubo forse alcuni minuti di un tempo prezioso; secondo, perche@ vi servo forse di tentazione, con fornirvi piu* materia, ad oltrepassare i limiti che il Quarterly impone ai revisori. Sapendo pero* di quanto giusto discernimento siete fornito, allontano questo secondo timore. Che se anche nel calor del comporre faceste piu* di quello che si chiede, vi e* sempre tempo di risecare; ne@ le parti tolte sarebbero interamente perdute, poiche@ potrebbero servire per qualche altro articolo da inserirsi in altri letterari giornali. Un poco di ligamento per collegare le membra distaccate, un qualche tratto di piu* della vostra abile penna, possono dare aspetto d'intero anche ai frantumi. E diro* senza tema di errare che la vostra penna sembra fatta apposta per tal uopo. Giusta critica, accompagnata da un continuo spirito di giovialita*, da molto lepore e da estesa cognizione di classica letteratura, e principalmente inglese ed italiana, rendono tutto quello che scrivete assai piacevole a leggersi. Le vostre lettere me ne fanno testimonianza. Se mi conosceste per lungo uso, non potreste sospettar quel che dico di minima adulazione. Io credo che per italiana erudizione voi non abbiate il pari nel vostro paese. Conosco personalmente molti di coloro che hanno fama, e il giudizio e* fondato sulla comparazione. Voi sareste divenuto celebre oltremodo nella vostra patria, se aveste avuto una buona qualita* di meno - se foste stato meno modesto - e alquanto piu* di voi stesso confidente. Io per me non vorrei cambiare il mio Revisore per qualunque altro; e posto a confronto del Cary, del Rose ecc., non esiterei un momento a darvi la preferenza. Io so che gl'Inglesi condannano l'uso di dir la lode al lodato, ma in cio* mi piace di non essere inglese. Io so di dir quel che sento, e la mia coscienza produce quella franchezza che or muove la mia penna, e mosse quasi sempre le mie labbra. So tacere il biasimo sentito, ma il sentito elo/gio non so ringhiottirlo. Cio* deriva (or voglio fare anche un elogio a me stesso) dal non avere quel basso sentimento che degrada l'uomo - l'invidia. Come non dissimulo i miei difetti, cosi* mi permetto di dire anche i miei pregi; e cosi* spero che voi farete rilevare si* gli uni che gli altri nell'opera mia. Direte per esempio che io qualche volta ho citato di memoria qualche passo latino, ed ho attribuito ad un autore quello che appartiene ad un altro. Semper lege patens populosque regesque receptat (Vol.ii, pag.47) non e* di Silio Italico, ma di Valerio Massimo, libro primo degli Argonauti; ma cio* non toglie nulla all'interpretazione. Nel calor dello scrivere ho detto: "Narra la favola che Telefo prima fu trafitto da un colpo di quella lancia fatata (d'Achille) e poi da un altro colpo ne fu guarito'; e doveva dire invece: "e poi dalla rugine di quella stessa lancia, applicata alla ferita, ei fu guarito', ma cio* neppur toglie nulla alla interpretazione. Il testo dantesco e* quasi generalmente corretto nella mia edizione; ma pure mi sono sfuggite alcune rare mende che deggiono porsi in veduta da un accurato ed imparziale revisore: per esempio, Giustina per Giustizia (c.iii, terz.42), nella fata per nelle fata (c.ix, terz.33), prora per poppa (c.xxvi, terz.42), son sicuramente erronei; ma nella mia stessa spiegazione si trovano corretti in giustizia, nelle fata, poppa; ed altre simili cose, che vanno a 7 o 8 di numero. Talvolta il testo e* retto e la spiegazione e* erronea: cosi* nel canto xxxiv, terz.35 si legge da sera a mane, ed io ho scritto nella spiegazione da mane a sera; ma da tutto il contesto appare che la penna ha tradita la mia intenzione, poiche@ io spiego che il sole cade in questo orizzonte per rialzarsi nell'altro nella stessa pagina e prima anche di quello sbaglio. Io mi attendo che a questi miei sbagli ch'io vi addito aggiungiate altri piu* rilevanti che voi mi mostrerete; e cosi* si allontanera* ogni sospetto di parzialita*. Sono sommamente curioso di sapere che cosa direte intorno al corno di Nembrotte ed intorno al pelo di Lucifero. Persuaso del vostro acume (e ne ho una pruova luminosa nel Veltro divenuto Lutero), mi attendo di udir belle cose. Era impossibile di veder tutto; chi comincia un nuovo corso di cose non suol mai toccare la perfezione di primo slancio; ci vuol tempo per ottenersi cio*; e quando il secondo, il terzo, il quarto ecc., avranno aggiunto il loro al mio, Dante uscira* tutto dalle ombre. Ho disegno / di farvi un epitome del secondo volume simile a quello che vi ho mandato del primo; ma per ora non ho tempo. Se pero* vi occorresse subito ed indispensabilmente, ve lo faro*, involando le ore al sonno. E* comparso un breve articolo sulla Literary Gazette riguardo al mio Dante, che ne fa molta lode. Un altro n'era apparso sullo Sphynx tempo indietro, piu* esteso e piu* ragionato. Il primo mi fa il picciolo rimprovero di trovar tutto bello in Dante; il che mi pare falso, poiche@ io metto in vista que' difetti che non erano mai stati osservati, come puo* vedersi nelle riflessioni sul canto XII verso il fine, nelle riflessioni sul canto XV al principio, e su quelle al canto XXVII dal capo al fondo. Il secondo promise altri articoli in continuazione, ma non sono ancora appariti. Se vi piacesse veder quest'ultimo (giacche@ il primo e* picciola cosa, benche@ per me onorevole), ve lo mandero*. Addio, caro Signore. Non perdete tempo nel rispondere alle mie lettere, poiche@ potete impiegarlo meglio. Scrivetemi solo se bramate qualche cosa da me ch'io possa fare per alleviarvi la fatica; e mi troverete sempre disposto e pronto a servirvi. E credetemi Obbligatissimo e divotissimo per tutta la vita Gabriele Rossetti. 626 di febbraio 1828 Signore mio carissimo, La vista d'ogni vostra lettera mi fa lieto; ma io vi prego di non iscriverne per obbligo di risposta, ma solo moto spontaneo e per chiedermi qualche servigio ch'io possa rendervi. Rispondo alle vostre domande. Per quanto io posso ricordarmi di aver letto in un grosso libraccio vecchio chiamato il Rosario, la Madonna che ne porta il nome fu introdotta nel cattolicismo in tempo delle persecuzioni degli Albigensi. L'immagine di una vergine coronata di rose, allusive alle famose rose di Gerico (onde la vergine e* appellata nella litania Rosa mistica), die* origine a quella specie di particolare culto alla madre di Nostro Signore. Ne ho veduta un'antica immagine in quel libro medesimo, nella quale apparisce Maria nella parte interna d'una rosa, che ha larghe foglie intorno sino al numero di quindici; ed in ogni foglia e* leggermente delineato uno de' quindici misteri, cinque gaudiosi, cinque dolorosi e cinque gloriosi. E* probabile che quella corona di rose, e il nome di Rosa mistica nella litania (la quale e* antichissima nella chiesa), abbia poi partorito il nome di rosario, con che vien distinta quella filza di grani, divisi in quindici poste corrispondenti ai quindici misteri. Questa iperdulia o dulia, come la chiamano i teologi, nacque in mezzo al sangue, ond'e* promossa particolarmente dai sanguinari Domenicani. E vi e* un poema italiano di circa 30 canti, intitolato il Rosario, in cui si celebrano que' macelli inumani, confusi con que' santi misteri; ne@ quel poema e* totalmente cattivo; ma siccome l'ho letto nella mia prima gioventu*, tempo in cui ho divorato una gran catasta di libri, cosi* non mi fido del mio giudizio riguardo a quel poema, di cui non mi rammento l'autore. Ben dite che in Dante vi hanno visibili giuochi di parole. Il "cinquecento dieci e cinque' del Purgatorio e il B e I C E del Paradiso son cose visibili che non possono negarsi. Permettete pero* ch'io dica che questo B ed I C E non fu mai ben compreso e non mai spiegato. Io non so se possa entrare nel vostro disegno di farne motto nel vostro articolo; ma pure voglio accennarvene la mia interpretazione. Premetto che, figurando Beatrice Arrigo stesso, come vedrete maggiormente dimostrato, Dante si rappre/senta innanzi ad essa tutto pieno di rispetto e riverenza; di modo che andava a testa china, come suol chinarla uomo sonnacchioso, e nel parlargli sentivasi mancar la lena a ben profferire le parole, come suol accadere ad uomo timido che parli ad altissimo personaggio. Onde nell'ultimo canto del Purgatorio scrisse: Come _ color che troppo riverenti dinanzi ai suoi maggior parlando stanno&1 che non traggon la voce viva ai denti, avvenne a me, che senza intero suono incominciai ecc. Ed ella a me: "Da tema e da vergogna voglio che tu omai ti disviluppe, si* che non parli piu* com'uom che sogna.' Conseguentemente, in quel passaggio del Paradiso, per dire ch'ei nel chiamar "Beatrice' non trasse la voce viva ai denti con intero suono, ma la trasse senza intero suono, com'uom che sogna, e si richinava giu* per riverenza, com'uomo preso da sonno, scrisse: Ma quella riverenza che s'indonna di tutto me, pur per B e per I C E mi richinava come l'uom ch'assonna.(Canto VII) O sia che gli manco* la lena, per troppa suggezione, di pronunziare intera la parola, talche@ ne profferi* il principio e il termine, e alla meta* manco* la voce. Volea dire Beatrice, e comincio* con dire B (fu soffogata da tema e da vergogna EATR) e fini* con dire ICE. Non trasse la voce viva ai denti e parlo* senza intero suono, parlo* come uom che sogna, spezzando la parola. Cio* parmi chiaro; e pure quante sciocchezze non dissero su questo passaggio gl'ingegnosi comentatori! Alfieri stesso derise questo passaggio, perche@ non lo capi*, e cosi* gli altri tutti. Importantissime sono le nuove interpretazioni, anche letterali, che daro* nel Paradiso. Per esempio nel canto quarto, dove si parla della influenza de' pianeti, Dante dice che dal vedere il potere ch'essi hanno sugli uomini, il mondo abbagliato "Giove Mercurio e Marte a nominar trascorse'; dove e* chiaro che debbe leggersi numinare (numen facere) in luogo di nominare. Quei pianeti eran nominati cosi* anche prima, e dal creduto loro potere furono numinati: verbo creato da Dante, come tanti altri espressivi. Nel regno di Napoli si usa uno specchio fatto a scacchi, e cosi* si chiama specchio a scacchi, o anche mille lumi. Esso consiste in tanti specchietti quadrati disposti a cerchio, anzi in vari cerchi concentrici. Incontro allo specchietto centrale si accende un doppiero o sia una candela, e quel lume si multiplica tante volte quanti sono gli specchietti dello specchio a scacchi, da che e* detto mille lumi. Or Dante nel canto XXVIII del Paradiso dice che al lume di Beatrice corrisposero scintillando tutt'i lumi de' beati disposti a cerchio "in forma di candida rosa'; talche@ Beatrice faceva quasi l'ufficio di doppiero nello specchio a scacchi: ecco il passaggio come ora si legge, guasto dai copisti / che non l'intesero: Lo incendio lor seguiva ogni scintilla ed eran tante che 'l numero loro piu* che il doppiar degli scacchi s'immilla. E dee leggersi invece: piu* che il doppier degli scacchi s'immilla. Cioe* piu* che il doppiero dello specchio a scacchi s'immilla (allusivo alla parola mille-lumi) o sia si moltiplica. Poiche@, essendo que' circoli concentrici di specchietti non disposti in figura piana, ma in concavo-conica figura, non solo il doppiero produce tanti lumi quanti sono gli specchietti, ma il lume di ciascun di questi si riflette negli altri, e questi tornano a riverberarsi negli altri, e cosi* via via, talche@ il doppiero dello specchio a scacchi s'immilla. Or se voi vedete come quel passaggio e* dagl'interpreti spiegato, vi fa proprio pieta* e rabbia. Taccio di altro per conchiudere. Mi sento sempre all'orecchio quel benedetto campanello della posta. Cio* produce il timore di non aver tempo sufficiente, e questo timore genera l'eccessiva ineleganza delle mie lettere, le poco urbane cancellature, e spesso anche gli spropositi: poiche* non ho tempo neppure di rileggere quello che scrivo. Vi prego dunque ad attribuire i miei errori e la mancanza di convenevol nettezza alla necessita* di far presto, che mi costringe quasi sempre a citar di memoria. Molti degl'italiani ch'erano candidati alla cattedra di eloquenza italiana nella Universita* di Londra son venuti a far lamento in mia casa della inaspettata elezione. Quasi tutti hanno avuto la bonta* di dirmi: "Se avessero scelto Rossetti, non avremmo detta neppure una parola; ma ora ci cuoce, e gridiamo. Ond'e* mai sbucato questo Panizzi? Ci si mostri almeno un alfabeto da lui prodotto.' Vani schiamazzi! Ogni paese e* paese, diciamo in Italia: e sventuratamente l'Inghilterra non e* diversa dagli altri. Una raccomandazione valevole si mette sotto il merito. Un Roscoe&2 ed un Brougham con una lor sillaba possono piu* che otto lustri di applicazione e di onorato lavoro (parlo di me!) e piu* che 13 lustri di studio e di esperienza (parlo del signor Polidori, che pure era concorso). Vi assicuro, o caro Signore, che l'affare di Polidori mi ha fatto una gran sensazione. Il mio nome ha pur tenuti sospesi sino all'ultimo que' 24 Seniori ch'eleggevano; ma il Polidori non e* stato calcolato per nulla. E come! Un uomo che parla e scrive francamente le due lingue, che sa il francese, il latino e un po' di greco; che, cominciando dai dialoghi grammaticali e terminando ad un dizionario, ha stampati tanti utili libri d'istruzione in materia di lingua e letteratura italiana; un uomo che insegna in questo paese da circa 38 anni; che ha lunga esperienza, e moglie inglese, e 7 figli inglesi; con una verde vecchiezza da disgradar qualunque giovane nella fatica; con un nome ben / acquistato e per onoratezza e per sapere, e il cui credito avrebbe attirato molti e molti allievi, figli e nipoti di coloro cui egli ha instruiti; un uomo tale cosi* si tratta!!! Neppur si nomina! Io ho perduto il dritto a lamentarmi dopo quello che egli ha ricevuto. Non potro* mai persuadermi che questo cotal Panizzi valga piu* di Polidori. Sara* un Platone, ma e* un Platone muto. In Italia si ridera* quando si udra* che Panizzi ... ma forse crederanno che in un paese di commercio, come questo, il sapere si compra come il zuccaro e 'l caffe*, e che Panizzi avesse avuta buona borsa per provvedersene, dopo esser qui giunto. A che far cicaleccio? ... Il male e* meno nostro che della Universita*. Mi spiace che non ho avuto ancora tempo per farvi il secondo epitome dell'Inferno, o per meglio dire il seguito di quello ch'e* gia* cominciato. Mi sto attualmente impazzendo con que' nostri vecchi rimatori che folleggiavano per necessita* come Bruto alla reggia de' Tarquini; ma per Bruto venne finalmente il buon tempo, e per essi non mai. Ho riletta stamane una vostra lettera, nella quale parlate di quella voluminosa noia del Taaf&3 sopra i primi 8 canti di Dante. Nulla di piu* giusto che il modo con cui definite quella sgraziata seccatura. E pure, credereste? Quel galantuomo e* cosi* vano di quel suo pesante libro che un dotto inglese che lo conosce mi ha narrato che, finche@ vi sara* Dante al mondo, il suo comento vi sara* egualmente. Ecco il campanello. Buona sera. Umilissimo servo, Gabriele Rossetti. 1Cf. sono (Purg.xxxiii.26). 2Lo storico inglese William Roscoe, il cui studio sulla Vita e pontificato di Leone X aveva gia* raggiunto la terza edizione inglese nell'anno precedente (1827). 3J.Taaffe, A Comment on the "Divine Comedy', London, Murray, 1822. 7 38 Charlotte Street Sabato alle 7 e ^2 _<7 giugno 1828_> Carissimo Signor mio Dalle sette pomeridiane in la*, questa sera io saro* a casa, e sempre pronto a riceverla; e nella solitudine di Charlotte Street avremo tutto l'agio di ragionar del monte ch'ha le nutrici nostre sempre seco, ch'a poetar ci donano intelletto. E* gia* stabilito che domani il picciolo Dante Charles Gabriel avra* battesmo ch'e* porta della fede che tu credi. Speriamo che le influenze poetiche sien trasmesse dal santolo al figlioccio, acciocch'ei possa dirgli un giorno: Per te poeta fui, per te cristiano. La funzione della chiesa comincera* circa le 4; ond'ella potra* avvicinarsi a noi alquanto prima, il di* di domenica. La signora Rossetti vuole ch'io le presenti i suoi distinti saluti e vuole ch'io mi faccia interprete an/che de' rispetti del suo Dantino; ed io esprimendo i miei mi ripeto Umilissimo servo obbligatissimo Gabriele Rossetti. 8 27 di settembre del 1828 Carissimo Signor mio, Vi chieggo scusa se ho ritardato due giorni la risposta alla vostra ultima garbatissima. Vi ringrazio della polizza che mi avete spedita, ma concedete alla mia franchezza di dirvi che non riterro* se non due sole lire pei due volumi del vostro figliuolo; e le altre tre le impieghero* per comprare qualche libro per voi. Sarei indegno di avervi conosciuto, se volessi cosi* abusare della vostra generosita*. Con che titolo potrei ritenerle? A questo proposito, debbo dire che ho veduto che avete pagato Mr Murray pei vostri due volumi&1, ma io gli aveva portati in nota gia* da voi a me pagati fin da tre anni fa; come dunque avete voluto pagarli di nuovo? Quando penso a tutti questi tratti che caratterizzano il vostro nobil animo, io mi arrossisco per me nel non averli mai meritati. Son quattro giorni che ho letto l'articolo sul mio Dante nel Foreign Review&2. Oh, che maldicenza, che rabbia da cane, ebbe colui che l'ha scritto! In comparazione, quello che mi han detto sul Quarterly Review&3 e* un alto panegirico. Venti pagine piene di disprezzo, d'irrisioni, d'insulti e di ogni sorta d'ironiche o aperte beffe. I titoli piu* gentili che mi vengono dati sono: uomo senza erudizione; uomo che non ha letto tutto Dante, o non l'ha capito; ingannatore del pubblico senza il minimo criterio. Mi vengono attribuite cose che non ho mai scritte; insomma son trattato proprio con la "ferula acerba'. Quello che l'ha scritto e* un tal Ravina&4, piemontese, celebre morditore de' pacifici galantuomini, il quale ha sempre avuto contro me una particolare animosita*, e non so perche@. Egli non permette che alcuno fuori di lui conosca Dante, o lo / intenda diversamente da lui. Sono in dubbio se debba rispondergli; ma, se mi vien concesso luogo nello stesso giornale, rispondero* sicuramente. Cattiva gente siam noialtri Italiani! Costui e* esiliato come me e per la stessa cagione; e pure, da che mi ha veduto in Londra, non ha mai cessato mai di addentarmi in publico e in privato. Di lui ho inteso parlare nell'ultima nota del secondo volume, perche@ le sue contumelie mi sono giunte da molti lati all'orecchio. E quel ch'e* peggio, non manca di certa erudizione, e massime italiana e latina. Infausto punto fu per me quello che mi determino* di pormi a questa impresa! Credeva che coll'aver lasciato l'Italia mi fossi allontanato da' cattivi Italiani, e gli ho trovati tutti qui. Meno male che mi son messo l'animo in pace: l'opera sara* a voi mandata manoscritta con una preghiera: Non la stampate. Se fossero di buona fede i lettori, sarei sicuro di trionfare; ma ho a farla con una canaglia senza coscienza, che gira per le piazze e le bettole per oggetto di screditarmi. Ma parliam di altro. Un tesoro di monumenti preziosi, un erario di pruove evidentissime mi e* caduto nelle mani per confondere questi birbanti. Sono sgomentato dalla sola abbondanza. L'esistenza della setta d'amore resta lucida e patente anche ai ciechi, e massimamente dall'esame di varie opere del Boccaccio, il quale ha parlato quasi senza equivoco. Accanto alle sue parole porto poi i catechismi Massonici (Mac%onniques) ed un estratto de' loro misteri: che conformita*! Vedrete. Mi spiace che sino adesso debbo limitarmi alle asserzioni, ma il fatto mi assolvera* della taccia di millanteria. Io non so capire come gli uomini sieno stato si* ciechi da non vederlo prima di me. Mi domandate se vi e* nessun positivo fatto storico o autorita* che stabilisca come cosa certa questa setta d'amore. Rispondero* che cento ve n'hanno, ed ecco come. La storia antica ci assicura per cento lati che l'Italia era piena di Paterini, settari antipapali, collegati con que' di Francia, d'Inghilterra e di Germania; e dice che questi settari avevano misteri, segni e linguaggio da loro soli conosciuti. Nessuno pero* ha mai saputo dirci quali fossero. Ma non per questo che i segni de' Liberi Muratori furono ignoti circa un secolo addietro, potra* dirsi ch'essi non ne avessero. Da quanto dice il Barrouel&5, da quanto scrisse Condorcet&6 ed altri, appare che i Paterini erano / precisamente Muratori. Or il linguaggio ch'io di questi rapporto e* precisamente quello degli scrittori d'amore; quindi resta provato che il linguaggio de' Patarini era precisamente quello de' detti scrittori; e che questi per conseguenza erano Paterini nascosti, che fingevano di parlar d'amore e parlavano della lor setta. Onde la vostra domanda si ridurra* a quest'altra, che, per raziocinio, diviene sinonima: Puo* provarsi con sicurezza che esistesse la setta de' Paterini? Il nome che io le ho dato e* diverso da quello che le ha dato la storia, ma la cosa e* precisamente la stessa: io l'ho chiamato setta d'amore, e la storia la chiama setta de' Patarini. Quando tutto cio* rimarra* ineluttabilmente dimostrato, lascero* di chiamarla come ho fatto, e la chiamero* come la storia fa. Ben dite, o Signor caro, ben dite che nulla v'ha di piu* insulso che il libro De monarchia. Pare che Dante avesse voluto burlare; e pure ha fatto da vero. Avete veduto che peso da* alle parole di Virgilio, che chiama da dieci volte poeta nostro? Cosi* fa anche nel Convito, dove spesso lo cita. Eccone un esempio: Virgilio nel primo dell'Eneide dice, in persona di Dio parlando: "A costoro' - cioe* alli Romani, - "ne@ termine di cose ne@ di tempo pongo; a loro ho dato Imperio senza fine.' (Tratt.iv, cap.4) Il cantore del Romano Impero fu quindi scelto per sua guida da colui che scrisse per sua ultima testimonianza sul letto di morte: Lustrando superos, Flegetonta lacusque, cecini iura monarchiae. Altrimenti, come potrebbe spiegarsi che l'ombra del pagano Virgilio guida Dante a visitare l'Inferno e 'l Purgatorio cristiano? Chi suppone cio* fa Dante inferiore a tutti gli altri poeti di quella eta*. Ser Brunetto nel parlare di astronomia prese per guida nel Tesoretto l'astronomo Tolomeo; nel parlare della riproduzione delle cose prese per guida Ovidio, che canto* le forme cangiate. Fazio degli Uberti nel Dittamondo prese per guida Solino nel visitar la terra, e i vari popoli, e i diversi culti, e i differenti usi; perche@ Solino tratto* di tutto questo; prese per guida Plinio per farsi spiegare la storia naturale; prese per guida Roma personificata per farsi esporre tutta la storia romana. E Dante, ch'e* creduto si* grande, sarebbe da meno del magro ser Brunetto e del suo imitatore Fazio? - Ma mi accorgo che io vi ripeto cio* che voi ben sapete. Perdonate. - Per quello ch'io so, non vi e* sul libro De monarchia nessun critico lavoro. Una traduzione ve n'ha di Marsilio Ficino, fatta nel '400, ma senza riflessioni e spesso mal traslatata. / Interessante e* cio* che mi notate de' Basilidi, sorta di Manichei; ed e* uniforme a cio* ch'io gia* altronde avea raccolto. Quando vi cade sotto l'occhio qualche cosa che possa servirmi, non mancate, vi prego, di favorirmelo, perche@ non son lontano dal cominciare a ricopiare il mio penoso lavoro; e spero, anzi son sicuro, che porra* sotto gli occhi di chi ha buona fede la gran verita* che ho tratta dall'ombre, e il gran torto che i criticuzzi smaniosi e maligni mi hanno fatto e cercano di farmi. Riguardo al signor Murray, io gli ho lasciato in mano tutto quello che ha raccolto dai miei soscrittori, fin dal primo momento della pubblicazione del 1o e del secondo volume. E credo che abbia in mano circa la meta* del prezzo che mi ha caricato. Se il rimanente si vende, io non ne prendero* neppure una lira finch'ei non sia interamente soddisfatto. Altrimenti egli, ch'e* libraio, potra* tenersi un numero di copie corrispondente al credito e spacciarlo nelle frequenti vendite in grande che fa ogni anno. Mia moglie e 'l mio Dantino stanno benissimo e vi ringraziano della rimembranza. L'una vi saluta cordialmente; l'altro vi bacia la mano per procura; ed io sono sempre Il vostro obbligatissimo Gabriele Rossetti. 1Del Comento analitico (come anche nel paragrafo precedente). 2Articolo di Antonio Panizzi, apparso sul numero autunnale della rivista. 3Si veda la lettera del 6 gennaio. 4Solo nel 1831 il R. scopri* la vera identita* del suo detrattore. Si veda la lettera no.19. 5Cosi*, per (Augustin) Barruel, autore dell'opera intitolata Me@moires pour servir a* l'histoire du Jacobinisme, 1797. 6Esquisse d'un tableau historique: opera citata piu* volte dal Barruel. 9 Londra, 15 di dicembre 1828 Mio carissimo Signore, Sono pieno di vergogna e di rimorso per non aver risposto con puntualita* e subito alle vostre tre ultime lettere. Ma siccome mi parve che non esiggessero una risposta frettolosa, cosi* mi son lasciato sedurre dalla penna che aveva in mano nello scritto di cui vi fu gia* spedita la prima parte. Credo che la seconda, che ho consegnata questa mattina al signor Molini, sia alquanto piu* interessante e concludente per l'argomento. Ma in verita*, dopo la guerra accanita che mi hanno giurata questi uomini caritatevoli coi loro urbani scritti, mi sembra di non aver piu* accesso all'altrui testa, e tutto mi par poco per provare il mio assunto. Ho dovuto far gran forza a me stesso per metter poco di quel moltissimo che ho raccolto. Vi giuro che tante son le materie che mi son venute in mano, e tutte tendenti al nostro scopo, che s'io non mi frenassi, potrei ammassare due o tre mila pagine, da formare quattro o cinque volumi. Una multiplicita* di scritti settari mi e* caduta fra le mani da poter far conchiudere Quod erat demonstrandum. Ma qual dimostrazione basta per questi Signori? E poi essi hanno una confutazione infallibile da distrugger tutto in un momento; cioe*, di non leggere quel che ho scritto e di disprezzare quello che non hanno letto. Non ci e* verita* piu* sicura di quella ch'io ho presa a sostenere; e pure! ... Tanto e* dunque difficile di far entrare la verita* nella testa degli uomini? E* una specie d'ingratitudine, non dico contro le mie tante fatiche, ma contro que' grandi uomini che scrissero centinaia di volumi per illuminare il mondo e produrre la riforma nella religione, la quale e* sicuramente frutto del loro sudore e del grave pericolo a cui si esposero. Vi giuro sulla fede di cristiano che, nel leggere le cose che ultimamente ho scoperto, ho sentito produrre in me una rivoluzione d'idee, sino a tal punto che nel mio cuore io sono Protestante; e da cio* posso conoscere il mezzo che avevano di fare tanti proseliti alla Religione Evangelica. I piu* calorosi erano in Italia i primi luminari della poesia e dell'eloquenza, e fin del dritto, e fra gli altri Dante, Petrarca, Boccaccio, Bartolo, Cecco d'Ascoli, e molti ecclesiastici, preti e frati. Questi furono i veri Santi Padri della vostra Riforma; e il mondo lo ignora! e son privi anche della gratitudine di coloro che han raccolto il frutto delle loro fatiche e del pericolo a cui si esposero! Che destino! Quando a cio* penso, il mio mi sembra men duro. Non nego pero* che nella pratica del loro gergo vi era non poca profanazione, e forse in alcuni di loro molta empieta*. Cio* forma un grande ostacolo alle mie esposizioni, ma in questa parte mi permettero* un poco di frode. Quello che vale a dimostrare la irreligione di alcuni mi guardero* di metterlo in vista. Il loro segreto era questo: servirsi del gergo cattolico per esporre idee anticattoliche. Il piu* tremendo e* stato il Boccaccio. Il Filocopo, il Ninfale di Ameto, il Ninfale fiesolano, il Filostrato, l'Amorosa visione, l'egloghe latine, la Genealogia degli de*i e (il credereste?) anche il Decamerone non / hanno che un solo scopo. Ma con che concerto di linguaggio e di disegno! Pare impossibile il far tanto; e pure e* cosi*. Molti romanzi che uscirono in quella eta*, o anche prima, son della stessa natura. Gli apostoli della setta eran da per tutto; e per quanto io posso congetturare, il vostro Chauser&1 era della lega. Egli avea conosciuto di persona il Petrarca e 'l Boccaccio; e tradusse in inglese l'ultima novella del Decamerone intitolata la Griselda, la quale e* certamente di natura settaria, e fu tradotta in latino dallo stesso Petrarca, che l'intitolo* Mytologia. Se voi andate a leggere quella novella, pare che non vi sia nulla di settario; e pure quella e* tale. Io _ ricopiato due volte lo scritto che vi ho spedito&2, solo per abbreviarlo; e pure e* venuto assai lungo. Voleva levarvi anche piu*, ma poi ho risoluto di mandarvelo qual lo vedrete e pregarvi di toglierne quello che vi pare e piace, modificarlo a vostro modo, e farne insomma in tutto e per tutto quel che fareste di una cosa assolutamente vostra. Se io volessi cedere alla lusinga dell'amor proprio, mi darei a credere che vi son cose da render sicura la quistione a mio favore. Ma dopo quello che mi e* accaduto nelle cose gia* stampate, dopo aver veduto quanto e* difficile persuadere il mondo di verita* si* ignota, non mi attento a lusingarmi piu*. E vi dico con ischiettezza che, se credete che non possa produrre un buon effetto, sara* meglio lasciarlo nell'obblio e non pensarvi piu*. Se credete il contrario, e massimamente dopo aver letto il rimanente del manoscritto, allora prendero* coraggio. Vi prego di parlarmi con ischiettezza e dirmi, senza riguardo pel mio amor proprio e senza compassione per la mia fatica, quello che realmente ne pensate. Io ho molta fiducia nella vostra franca amicizia. Se credete che nessun colpo possa fare e che sia per avere il destino di quello che ho fatto prima, meglio e* finirla su questo affare e non pensarvi mai piu*. Una delle due: o e* una specie di mia fissazione di mente, che mi fa vedere chiaro quello che non esiste affatto; o e* una verita* che non si puo* affatto dimostrare, e che a me pare di aver dimostrata; o nell'uno o nell'altro caso la finiremo. Se vi parra* il contrario, subito comincero* a ricopiare il terzo volume&3, pronto in tutto; e in meno di tre mesi sara* tutto pronto. Mi dimenticava di dirvi che mancano cinque o sei pagine al compimento della copia, e che le daro* al signor Molini pel termine della settimana. Ora vengo al dovere di rispondere ad alcun capitolo delle vostre ultime lettere. Io non ho la Grammatica filosofica del / signor Biagioli, ma mi ricordo di aver gettato uno sguardo sulle formole de' versi ch'ei da* nella varia combinazione di quello ch'ei chiama accento tonico. Posso dire in poche parole che Biagioli, a forza di notomizzare la grammatica e la versificazione italiana, vi ha indotto un certo che di oscurita* che nasce dalla molta complicazione. Il mio sistema, riguardo all'una ed all'altra, e* piu* semplice, perche@ si riduce alla pratica. La grammatica non serve a specolare da ozioso, ma ad applicare per sapere scrivere con correzione; e cosi* dicasi della versificazione, che serve per imparare a far versi. Il signor Biagioli non ha mai fatto il poeta, quindi ha ripetuto quello che in altri ha trovato, e l'ha ravviluppato anche piu* nelle difficolta*. Io vi prometto di prendere la sua grammatica dal signor Polidori, che l'ha, e di rispondere con precisione a quello che bramate sapere&4, e fornirvi gli esempi che desiderate. Riguardo al Paradiso di Dante, io credo poter dire tanto di vero e di nuovo e d'inaspettato, quanto ho detto dell'Inferno. Essa e* quella piu* alta canzone e piu* profonda di cui il poeta parla al termine del Purgatorio. Il gran segreto su cui e* congegnato e* questo: una continua antitesi con l'Inferno. E il metterli in relazione e* il piu* sicuro mezzo d'interpretare l'uno per l'altro. In questo momento ricevo la vostra ultima lettera, che mi assicura esser la prima parte del mio MS gia* in vostra mano. Vi diro* di volo, riguardo ai Templari, che Dante non solo ne parla, ma chiaramente fa menzione del gran giuramento de' Templari di troncar la testa a Filippo il Bello: C'est Molay, le grand mai$tre des Templiers qu'il faut venger, et celui qu'il faut tuer c'est Philippe le Bel, sous qui l'Ordre des Chevaliers du Temple fut de@truit. (Barruel&5) Colui che porto* nel tempio le cupide vele e* Filippo, che distrusse il Tempio e i Cavalieri. E la vendetta, che nascosamente era maturata dall'ira de' Cavalieri nel loro segreto profondo, e* espressa nella terzina: O Signor mio, quando saro* si* lieto da mirar la vendetta che nascosa fa dolce l'ira tua nel tuo segreto? (Purg.xx) / Ho speranza d'impostar questa lettera questa sera medesima, lettera disordinata ed inelegante, che non ho neppur tempo di rileggere. Tutti stiamo benissimo, il nostro picciolo Dante e* vivace come un passero e fresco come un fiore: ei vi bacia la mano, e mia moglie m'incarica di presentarvi i suoi sinceri saluti e di ringraziarvi della memoria che avete di noi. Domani vi scrivero* un'altra lettera, o dopodomani senza dubbio. Vostro obbligatissimo Gabriele Rossetti. 1Cosi*, per Chaucer. 2Una specie di autocritica (del Comento analitico) intorno alla quale stava lavorando da due mesi. 3Purgatorio, il terzo volume del Comento analitico rimasto inedito fino all'edizione fattane da Pompeo Giannantonio nel 1967. 4Con lettera del 30 settembre 1828 il L. aveva chiesto qualche illustrazione di metrica italiana per meglio intendere le spiegazioni del Biagioli. 5Me@moires pour servir a* l'histoire du Jacobinisme, Amburgo, 1798, p.320. 10 Londra 18 di dicembre del l828 (Lettera 2a) Signor mio carissimo, Con la data di oggi ho gia* spedita un'altra lettera per voi; ma la vostra carissima che mi giunge in questo momento mi spinge a scriverne una nuova per ringraziarvi e per espiare la colpa del mio lungo silenzio, prodotto dal desiderio di terminare il mio MS. Mi ha fatto il piu* gran piacere l'udire che la mia dimostrazione intorno a Satanno vi abbia pienamente persuaso. Spero che troverete il resto dello scritto egualmente soddisfacente, se pur non piu*. Io posso provare sino all'evidenza che morire e* impiegato nel gergo nel senso che sapete, ma la dimostrazione non puo* trarsi che da una multiplicita* di poesie antiche analizzate, che mi obbligherebbero a fare uno scritto quasi piu* esteso di quello che ora ho compito e che va sino alla pagina 162. Mi son contentato percio* della sola dichiarazione di Dante e di quel cenno che vi e* nel trovatore provenzale diretto al clero papale - "Celui-la* est mort qui se soumet a* la domination' - appoggiato al passaggio di S.Giovanni: "Nomen habes quod vivas et mortuus es.' Estesissimo e* il fascio degli scritti in gergo, e in prosa e in verso, del Boccaccio; e son quasi tentato di cominciar tosto un nuovo scritto alquanto piu* lungo di quello che ho terminato per mostrarne la natura. Esso diverrebbe quasi un gran lemma al Purgatorio ed al Paradiso di Dante, e ne mostrerebbero ad evidenza la celatissima essenza; ma temo di troppo allargarmi dal mio proposito primiero. Basta, ci pensero*. Materia certo non mi manca, ma mi sopravvanza; e bisognerebbe cominciare prima col mostrare che cosa era quell'amore di cui tanto favellano, e di cui hanno tanto scritto. Riguardo ad un tale amore ecco che cosa posso dimostrare: che esso non era quello che noi intendiamo per amore, ma un gran mistero settario, e fondamento del linguaggio figurato. Ma mi sono imbattuto in tante cose in/comprensibili a questo riguardo che io non posso spiegare affatto. Ma quel che posso dirne basta al mio assunto. La Donna, ch'essi diceano d'amare, dee intendersi in due sensi: Gesu@ Cristo riguardo alla religione, e l'Imperadore riguardo alla politica. Il Petrarca e 'l Boccaccio nelle loro egloghe spesso parlano di Dafne in senso di Laura; e il Boccaccio scrive chiaramente ad un amico, cui die' qualche spiegazione del gergo: Daphnis Imperator est; e in alcuni versi lo lodano molto, in alcuni altri lo biasimano mortalmente, e intendono di Carlo IV, in cui tanto i poveri settari speravano; e quel vil ladro, e piu* vil servo di Roma, li lascio* tutti delusi e confusi. Che poi intendessero sotto l'allegoria di Gesu* Cristo l'Imperadore medesimo, ho pruove di un valore inestimabile. Essi dunque o lo chiamavano Beatrice, perche@ dovea beare, o Laura, allusiva al Lauro imperiale, o con altro nome significante; o col nome del nostro salvatore "che dell'umile Italia fia salute', perche@ era unto di crisma ecc. Quai cose sicure! e pure quai cose sinora ignote! Quando a cio* rifletto, non mi fa maraviglia che abbia trovato si* accaniti oppositori. Essi si son veduta una scena inaspettata dinnanzi, e l'hanno derisa: Quidquid ignoramus blasphemamus. Ben dite, Signor caro, ben dite: nulla di piu* prezioso delle egloghe di Petrarca e di Boccaccio. Ho cercato quelle di Dante avidissimamente, ma non ho potuto trovarle. Le ho commesse anche in Italia per Molini: invano; l'unica edizione (1719) e* esaurita. Chi l'ha in mano le terra* forse per cosa da nulla, e quelle mi sarebbero un tesoro. Esse sono in gergo, sicurissimamente; da' pochi versi che ne ho veduto citati ne son certo, ma non posso averle. Dicasi lo stesso delle egloghe di Giovanni di Virgilio, suo amico, e di molti altri di quella eta*. Le egloghe erano il deposito de' grandi segreti, perche@ pretendevasi che quelle di Virgilio, su cui si modellavano, avessero tutte un significato nascosto. Nel Museo Britannico ve n'e* un volume ben grande che contengono (sic) le egloghe di piu* di dieci autori differenti; ma io non ho potuto finora leggere che quelle del Boccaccio tutte, e circa la meta* delle 12 di Petrarca. Quelle del Boccaccio son vera/mente d'oro. Una intitolata Pantheon contiene la formazione del linguaggio di gergo sacro, Sidere Dante viam, dove fa capire anfibologicamente che l'introduttore ne fu Dante; e lo ripete nel Filocopo e nell'Amorosa visione. In quante cose mi sono ingolfato, non volendo. La guerra che m'hanno fatta mi ha obbligato a tutte queste ricerche, ch'io forse non avrei fatte giammai. Cosi* non v'e* male che non produca qualche bene, se bene puo* dirsi il ritrovamento di verita* si* ignota. Nel seguente quaderno vedrete provato che Roma conosceva tutto il segreto, ma lo dissimulo*; e fece bene. Quella prudenza la salvo* da molto discredito. Un inquisitore aveva fatti carcerare tutt'i poeti di quella eta*, o almeno moltissimi, e Petrarca stesso ne fu travagliato; ma poi Roma li fece tutti rilasciare. Ella era piu* volpe che lupa. E* sommamente curioso cio* che mi scrivete di Sant'Agostino: questa mattina ve n'ho parlato nell'altra lettera, senza sapere che me ne scrivereste. Cio* m'invoglia anche piu* a leggerlo. Io non l'ho, ma voglio subito procurarlo; non e* difficile averlo. Ne@ quelle interpretazioni delle cinque vocali nell'inscrizione di Ludovico il Bavaro e* degna di minore attenzione. Io ho trovato molte cose simili, e vi aggiungero* queste vostre. Troverete nel secondo quaderno una lunga nota intorno a tai cose: se credete arricchirla, farete bene. In Dante ne ho scorto altre; e le vedrete; ma se credete che possano esser richiamo di altri fischi, toglieteli pure. Vuolsi ir cauti intorno a cio*, poiche@ le idee del mondo sono assai cangiate riguardo a tali giochetti di lettere e sillabe. Chiudo per la posta; e vi rinnovo i saluti di mia famiglia insieme co' miei rispetti. Vostro obbligatissimo, Gabriele Rossetti. 11 Londra, _<29 dicembre 1828_> Carissimo Signor mio, La diffusiva cordialita* ch'e* sparsa in ogni vostra linea e* dolcissimo balsamo all'animo mio; e si* mi racconsola ch'io giungo a perdonare alla natura umana cento cuori malefici per un solo di contraria tempra che tutti li contrappesa. Cio* che mi proponete per la pubblicazione de' due volumi residui, a compimento del poema di Dante, e* da me accettato, ma con le seguenti condizioni: La Ia l'avete espressa voi medesimo con franchezza di gentiluomo inglese: imprestito da essere estinto sulla vendita dell'opera. La IIa che non dobbiate attendere la totale estinzione del debito che mi rimane con Mr Murray e Mr Taylor&1, ma percepire il rimborzo (sic) una con loro a proporzione, ed a misura che s'incassa il denaro. La IIIa che non debba cominciarsi la stampa se prima non abbiate esaminato attentamente il MS e giudicato che possa avere probabilissimo successo favorevole. La IVa che possiate toglierne o modificarvi tutto cio* che vi pare; cosi* si risparmiera* denaro per la stampa, e si dara* meno appicco alle critiche de' malvolenti. La Va che sia in vostra liberta* di destinare una persona che prenda in deposito la massima parte degli esemplari, e farne la distribuzione e raccorre il denaro. Io calcolo che il prezzo approssimativo de' due volumi possa essere di circa cinquecento sterline, cioe* 250 per ognuno de' due, e fondo il mio calcolo su di cio*. Siccome spero che ognuno de' due volumi possa essere meno esteso del secondo, cosi* giudico che debba costare alquanto meno. Or quel secondo e* stato a me caricato 280; e quindi parmi che 250 possan bastare. Dopo quanto ho meditato, esaminato e raccolto, io sono intimamente convinto, come della propria esistenza, che la mia e* una scoverta vera, reale, sicurissima; ma d'uopo e* anche assicurarci col vostro proprio esame e, se vi piace, anche con l'altrui, che cio* che e* possa dimostrarsi. Quando di cio* converrete, allora usciremo al ballo. Chi non vuol leggere, o per prevenzione, o per disprezzo, non si potra* convincer mai, ma io non parlo di questi tali; parlo de' sinceri ricercatori della verita*, che non son pochi, e questi a lungo andare fan tacer gli altri e ne strascinan dietro il giudizio. Propongo le espresse cautele, poiche@ a mio riguardo non v'e* prudenza che basti. Ho veduto le cose meglio disposte pervertirsi in lor cammino per me. Dove poteva trovare un piu* attento esaminatore del mio scritto e un piu* provetto ricercator di Dante che C.L. sen.? Eppure C.L. jun., che sdegno* fin di legger la mia opera, cangio* le carte in mano al primo&2; e cadde senza volerlo nell'errore che si voleva combattere, cioe* chiuder gli occhi sulle parti buone per aprirle sulle deboli. Ei ripeteva le altrui dicerie con la maggior buona fede del mondo. Tra l'altre cose mi disse un giorno che nel '300 non si e* mai scritto Enrico, ma sempre Arrigo, mentre centinaia di esempi mostrano che cio* e* fantasia; e gli citai questi due versi di Boccaccio, che parla appunto di Enrico VII nel Paradiso di Dante: Nel ciel piu* alto, sovra il firmamento, dove il soglio d'Enrico ancor vacante... (Rime del Boccaccio, pag.103) Gli avevan anco dato a credere che a quel nome s'era sempre preposto un'H, che negli esempi da me addotti mancava; e non valse dirgli che una tal H comincio* ad usarsi nel secolo posteriore al '300, quando si ritorno* all'esattezza latina. E chi ne vuole una pruova irrefragabile legga l'Amorosa /visione dello stesso Boccaccio, la quale e* tutta in acrostico per cinquanta canti, dove, per far correre l'acrostico non interrotto, bisogna scrivere ai capoversi Omero, ora, umanita*, orribilmente, Ecuba, ai, oggi, onesto, onore, o, umilta*, ecc., che nel secolo posteriore, non essendosi avvertito quell'acrostico, fu stampato Homero, hora, humanita*, horribilmente, Hecuba, hai, hoggi, honesto, honore, ho, humilta*, ecc. Come scrivevano Omero ed Ecuba, cosi* scrivevano anche Enrico, al pari che nella moderna ortografia si fa, ed anche piu* oltre, poiche@ toglievano l'H fin in quelle parole dove ora la poniamo, come puo* vedersi fra i mottetti oscuri del Barberino, ne' quali si fa equivoco fra Aquila ed A qui la, che oggi si scriverebbe Ha qui la (vedi il mio Comento, vol.ii, pag.389). Queste erano le difficolta* che facevano peso sullo spirito di C.L. jun., il quale non volle giungere a persuadersi che un uomo che aveva consumato moltissimo tempo a svolgere antichi libri italiani e a farvi intorno tante ricerche doveva saperne piu* che questa razza di suoi oppositori, che non gli avevano neppure aperti, o forse leggicchiati e poi gittati via. Ei si metteva a ridere cordialmente ogni volta che udiva da me la parola scoperta, di modo ch'io non sapea piu* qual nome dare alle cose ch'io il primo, fra i comentatori di Dante, ho tratto fuori dalle ombre, giacche@ il nome di scoperta lo facea tanto ridere. Non ho potuto mai indurlo a leggere cio* ch'ei dovea giudicare; e chiamai talvolta mia sventura che fosse un affare letterario e non piuttosto civile o criminale; poiche@ son sicuro che allora la rettitudine di sua coscienza lo avrebbe costretto a leggere il processo prima di proferir la sentenza. Quando lo vidi persuaso di tutta buona fede ch'io non aveva fatto altro che affastellare sogni e chimere sulle carte, quando scorsi che ei credea ledere la sua coscienza nell'ingannare il pubblico a mio riguardo; e che anche nel desiderio pietoso di volermi fare un articolo favorevole non ne trovava un modo onesto, allora nulla piu* gli dissi e lasciai che scrivesse quel che voleva. Lo vidi scosso un momento quando lesse il libro De monarchia, che gli parve stravagante e puerile, e quando lesse qualche tratto della Vita nuova, che gli parve inintelligibile; ma dopo un giorno o due fini* col persuadersi che gli antichi cosi* scrivevano senza aver disegno alcuno, che tutti parlavano della creazione dell'Uomo, del Diluvio universale e cose simili, senza che quelle cose avessero verun oggetto, tolto quello di far pompa d'erudizione. Io lo compatii nel mio cuore, poiche@ un libero inglese del secolo decimono mal puo* figurarsi lo stato di que' poveri oppressi italiani, posti sotto la vigilanza terribile del Sant'Ufficio papale, che inceppava non che la penna e 'l labbro, ma anche il pensiero. Ei pretendeva che coloro avessero scritto chiaramente! Egli ha molto ingegno, e molta istruzione e vivacita*, non puo* negarsi; e forse, e senza forse, se avesse letto ed esaminato la cosa con ponderazione, la sua critica sarebbe riuscita ad afferrare la verita*; ma con le traveggole che gli han poste agli occhi, e risoluto di svolgerne sempre lo sguardo, potra* egli scorgerla mai? Ei dira* sempre che Beatrice, la quale e* un Nove, la cui radice e* Tre, a similitudine della mirabile Trinita*, Padre, Figliuolo e Spirito Santo, non sia altro che una stravaganza senza oggetto. Come se Dante, che era cosi* significativo in tutto, potesse scrivere cose siffatte senza la minima ragione. Il male si e* che quando ci siamo ostinati una volta a dire che una cosa non puo* essere, finiamo col desiderare che non sia e a cavillare per sostener che non e*. Grande sventura e* stata la mia di essermi imbattuto / a vedere una verita* che altrui pare un sogno, e di passar per pazzo solo perche* ho ragione. L'esempio breve e succoso del valor convenzionale delle parole ci puo* esser fornito dal canto III dell'Inferno cosi: Gl'indolenti del partito antipapale, in cui non ferveva energia di sentimenti, poco diversi da que' principi neutrali che non penderono ne@ verso l'Imperadore, ne@ verso i nemici di lui, e nulla avevano a sperare ne* dall'uno ne* dagli altri, divennero per la forza convenzionale delle parole sciaurati che non furon mai vivi, ignudi di difesa, stimolati da mosconi (simbolo de' frizzi mordaci) che non hanno speranza di morte, la cui cieca vita e* bassa e dispregevole; mischiati a quel cattivo coro degli angeli che non furon ribelli, ne@ fur fedeli a Dio, ma per se@ foro. Angeli e arcangeli son detti dai Liberi Muratori i capi della lor setta. Mi e* venuto fra le mani un libro alquanto antico che tratta de' misteri de' Liberi Muratori, il cui linguaggio e* alquanto diverso da quello ch'io conosco e molto rassomigliante a quello della setta di cui tratto. Eccone alcune parole tratte dai catechismi che sono a domande e risposte. Les Francs-mac%ons e@crase@s, Amsterdam, 1774 D.D'ou* venez-vous? R.Du chaos. (Dalla selva selvaggia ed aspra e forte ecc.) D.Qui est votre guide? R.Nicanor. (Virgilio) D.Comment s'appelle l'endroit ou* vous allez? R.La maison du soleil, de la lune et des e@toiles. (Paradiso) D.Ou* avez-vous quitte@ vos habits? R.Dans les te@ne*bres.(Cattive abitudini lasciate alla vista dell'Inferno) D.Et vos ordures? R.Dans le lavoir. (Lavanda del Purgatorio) D.Ou* e$tes-vous sorti des te@ne*bres? R.Devant la porte, sur l'escalier. (Uscita dall'Inferno, salita al Purgatorio) D.De quel co$te@ des points cardinaux? R.Du co$te@ de celui du septentrion. (Il lato di Lucifero, Isaia, cap.xiv, v.13) D.Combien avez-vous trouve@ de difficulte@s? R.Trois dans le chaos et quatre dans le monde. (I 7 peccati) D.Combien de couleurs avoient les signes du zodiaque, qui avoit ferme@ vos yeux? R.Trois: blanche, rouge et verte. (Son questi precisamente i tre colori delle virtu* teologali nel Purgatorio. L'allusione sembra maliziosa.) D.De quelle couleur est ce zodiaque? R.De la couleur des te@ne*bres. (La benda e* il zodiaco.) D.Qui vous avoit bende@ les yeux avec ce zodiaque? R.Alecton, Tysiphone et Me@ge*re. (Sistema del Dupuis. Le furie del IX canto.) D.Qui vous l'a o$te@? R.Nicanor. D.Par le pouvoir de qui? R.De R.N.F. (E* spiegato: Religione, Natura, Forza.) D.Qu'avez-vous trouve@ en votre chemin? R.Un fleuve que j'ai passe@ a* la nage. (Fiume del Purgatorio in cui Dante e* tuffato tutto.) D.Quelle en e@toit la profondeur? R.Les eaux alloient jusqu'a* la hauteur de mes cheveux. D.Ou* avez-vous mange@? R.A* la table des e@lus. (Cena del benedetto agnello: "Prima che tu a queste nozze ceni' - Paradiso.) D.D'ou* venez-vous? R.Des te@ne*bres de l'E@gypte. (Dalle tenebre d'Egitto ove lascio* l'oro.) D.Dans quel endroit est situe@ le ba$timent ou* vous allez? R.Dans les jardins du paradis terrestre. D.Avez-vous travaille@? R.Depuis le lever jusqu'au coucher du soleil, a* sept reprises. (7 gironi del Purgatorio.) D.E$tes-vous mai$tre? R.J'ai pleure@ et ri, je me suis re@joui e j'ai fait des plaintes. D.De quoi? R.De ce que le Mai$tre e@toit mort, et qu'il est ressuscite@. D.Qui e$tes-vous? R.Gabaon pe*re de Lupton (in altro grado si chiama Adamo) ne@ sans femme sans douleurs d'accouchements. (Homo sine matre natus: Dante, Vulg. eloq.) D.Comment va votre sante@? R.Je porte un enfant dans mes flancs, quoique je sois homme. D.Combien de tems le porterez-vous? R.Ce n'est pas de@cide@, mais en attendant j'accouche tre*s-souvent. L'autore dice: Ces myste*res, ces emble*mes et ces me@taphores sont des similitudes qui cachent le vrai but aux yeux des esprits faibles; mais ces choses font gou$ter insensiblement le vrai sens. A me sembra che sia minore stravaganza il dire le anime umane donne che il fingere che uomini sieno gravidi e partoriscano sovente. Cento altre cose relative alla setta di cui parlo potrei notare, ma uopo e* finire questa lunga lettera, che forse vi fara* male agli occhi./ Il giuramento che fanno i Liberi Muratori contiene, fra gli altri articoli, il seguente: De ne jamais re@ve@ler les myste*res de la socie@te@, les signes, attouchemens, paroles, doctrines, ce@re@monies etc. et d'observer, au contraire, un profond silence de bouche, par e@crit, par signes, par gestes; en sorte de ne pas employer ni langue, ni caracte*res, ni hie@roglyphes; ni en prononc%ant, ni en imprimant, ni en e@crivant, ni en gravant: en un mot de n'e$tre ni directement ni indirectement cause de la divulgation d'aucun myste*re de la socie@te@. E cio* sotto pene tremende di castighi e di morte. Simili giuramenti dovevan fare anche gli antichi settari; e non solo per propria salute, ma per prosperita* della setta, il cui progresso dipendeva dalla segretezza de' misteri e del linguaggio, il quale, divulgato ch'era una volta, tutta la tela era disordinata, e la comunicazione de' settari interrotta e perduta. Qual maraviglia dunque che nulla ce ne sia pervenuto? In un tempo in cui non v'era stampa da divulgare, e gli uomini avevano piu* carattere, perche@ meno raffinati e piu* perseguitati, era piu* facile cio* eseguire. Io mi rammento che una volta in Napoli i Muratori ebbero l'abilita* di raccogliere tutte le copie sparse da un lor traditore, di uno scritto pericoloso e stampato, di modo che tutta l'edizione disparve in pochi giorni. Come potevan dunque gli antichi spiegar Dante pel dritto verso? E meno poteva e voleva il Boccaccio, il quale, quando scrisse il comento di Dante, era gia* prete; benche@ io abbia fondate pruove a credere che non fu mai sincero papale. L'animo suo, ne' sentimenti avversi cresciuto, nutrito, inveterato, torno* a pensare come prima, e non ruppe nessuna delle sue vecchie amicizie, e massime rimase attaccato al Petrarca sino agli ultimi momenti. Vi e* un sistema curioso di allegorie, tratto dagli animali, ne' misteri muratori, che sembra proprio quello di Dante. Forse un'altra volta ve ne scrivero*. Intanto, rinnovo gli auguri pel nuovo anno, e sono Il vostro obbligatissimo Gabriele Rossetti. 1L'edizione inglese del Comento analitico era stata stampata alla tipografia dei Taylor (padre e figlio) di Red Lion Court, Londra. Il Murray n'era l'editore (v.lettera 3, n.2). 2Come si vedra* in seguito, il ritardo con cui venne pubblicata la difesa del Comento analitico (cf. lettera 16) era dovuto in gran parte all'intervento del giovane Lyell, il quale, da scienziato, non nascondeva la sua diffidenza verso le "scoperte' rossettiane. 12 febbraio 24 del 1829 Signore gentilissimo, Il mio silenzio, che a Voi dee parere figlio di trascuraggine, ha per sorgente un gravissimo rammarico. Una penosa e lunga malattia della mia bambina primogenita&1 mi ha fatto miserabile per quasi un mese; e ne' 15 ultimi giorni sono stato a contare i suoi respiri affannosi, ognuno de' quali mi pareva l'estremo. Vi fu un punto in cui la credei gia* morta, per una ferale convulsione. Ma Iddio benedetto ha avuto pieta* d'un misero padre: ella e* risorta, ed ora, da tre giorni, va sempre migliorando. Incapace quasi di far null'altro che cercare i mezzi di prolungare si* cara vita, non ho potuto ne@ rispondere alle due, anzi tre ultime vostre gentilissime, ne@ dar l'ultima mano alla storia della setta, che avea quasi finita prima di due settimane fa. In questi ultimi tre giorni ho ripreso il mio spirito, ho compito lo scritto ed ora ven rendero* conto e rispondero* alle vostre lettere. Ho abbozzato un saggio storico e critico della nascita, del progresso, della modificazione e della cessazione delle due sette: la ghibellina o politica, la patarina o dommatica. Ho trattato del gergo loro, ne ho esposti i caratteri e date le regole, e in qualche parte ne ho indicata l'estensione. Ma cio* non ha portato meno di 80 pagine, e piu* m'importava che vi persuadeste che non mancanza di volonta* di servir Voi e me stesso, ma impossibilita* di farlo in modo compresso era il solo motivo che non mi avea fatto toccare una tal materia nel MS che vi ho mandato. E vi assicuro, sulla fede di galantuomo, che se non avessi frenata la penna, sarei corso ad un bel volume. La materia e* vasta, e i monumenti sono innumerevoli. Ogni giorno ne scopro altri. Lo credereste? L'Affrica del Petrarca e* un'ubertosa sorgente alle mie dimostrazioni. E* ghibellinesca quanto la Commedia di Dante, e piu* preziosa perche@ piu* chiara. Petrarca non possedeva l'arte di nasconder tanto i suoi concetti, o forse, fidato alle grandi protezioni che l'avvaloravano, era piu* animoso e quindi meno riserbato. Ma nel MS che vi spediro* nulla dell'Affrica ho toccato, poiche@ il dirne poco produce le beffe altrui, e il dirne a sufficienza produce un volume. Molti nuovi monumenti troverete prodotti ed esposti: troverete quel sonetto in gergo che desideravate&2, e dimostrato con molti argomenti che Dante fu l'introduttore del gergo sacro, con cui fu modificato l'amatorio. Temo che verso il termine la grande abbondanza della materia che avea fra le mani ha prodotto qualche poco di confusione, e la grande complicazione di essa materia qualche poco di ripetizione. Mi sono introdotto con analizzare la poesia de' trovatori, e poi son passato a quella degl'italiani primitivi. A me pare di aver messo in chiaro il mio argomento, ma non debbo giudicarlo io: Voi men direte il vostro parere. Parte del lavoro e* un epitome dell'Urbano con copiose sposizioni. La edizione che Voi n'avete e* la stessa che ho io; e se nel farvi rapidamente quel primo sunto / e* corsa qualche varieta* nelle frasi segnate, cio* e* derivato dalla gran fretta con cui sono obbligato a scrivere cio* che vi mando per la strettezza del tempo. Certe volte scrivo una frase, e non la confronto col libro, e corro avanti. Ora pero* che ho scritto piu* posatamente, troverete piu* esattezza. Non son pero* del vostro avviso riguardo alle parole non segnate. Nella parte in cui non mi servo delle parole dell'originale, io posso sostituire una frase o una parola equivalente all'altra, la quale e* parte della interpretazione. E siccome, nello spiegar Dante, a lonza si sostituisce pantera con pelle a macchie bianche e nere, cosi* a cinghiale posso sostituire grosso porco selvaggio, con che aiuto l'interpretazione. Sarebbe bello che volessimo rinunziare a questo lieve sussidio nell'interpretare il linguaggio furbesco. Per quanto essi si sforzavano a nascondersi con que' modi loro, per altrettanto noi dobbiamo smascherarli coi nostri. Non mi ha fatto maraviglia cio* che mi avete scritto del Quadriregio&3: io sapeva che e* in gergo da qualche citazione che ne ho incontrata e da quel che ne aveva letto in Tiraboschi, che ne espone il disegno. Posso farvi vedere nelle mie tabelle di memoria tre volte segnato: Leggasi il "Quadriregio'; ma il non avere il libro, e spesso il tempo, mi ha tolto il piacer di farlo. Io vorrei scommettere con voi che posso additarvi piu* di cinquanta opere di tal fatta come settarie senza averle lette, e senza ingannarmi. Posso dirvi per esempio: il poema della Rosa in francese e* di tal fatta. E perche@? Perche@ il nome me lo dice. La rosa bianca era lo stemma della setta; e percio* la setta personificata fu chiamata dal Bocaccio Biancofiore; e percio* di questa Biancofiore si trova spesso parola nelle rime antiche, e Dante dipinse il paradiso in forma di candida rosa; e percio* cerva candida, candido armellino, ecc. figuravano ancor la setta, come vedrete nel mio MS. Il romanzo di Lancillotto e Ginevra e* settario; quello di Tristano ed Isotta e* settario; quello del Guerino e* settario. Ve ne hanno in inglese, in francese, in spagnuolo, ecc. La letteratura antica e* in gran parte mascherata, da che deriva la sua oscurita* e la sua stravaganza, ed offre una gran congiura che i dotti avevan fatta contro la Chiesa papale. Questi non son sogni, caro Signore, ma verita* sicurissime. Penoso e* il provar tutto cio*, poiche@ esige molto acume e molto scrivere, ma se volessi mostrarlo, ho mezzi di farlo. A che varrebbe pero* udir sempre la stessa cosa in vari modi? Il piano che mi propongo di seguire, quando tempo verra*, e* di presentar l'analisi di una decina di opere siffatte, per farne vedere l'andamento e la corrispondenza, e mostrare che tutte nacquero dalla stessa dottrina; e poi in ultimo fare un elenco doppio: in uno allistare quegli scritti che ho letti e di sicuro posso dire che cosa sono; in un altro porre quelli che per indizi giudico esser tali, e mostrare quali sono tali indizi. Quando in appresso (e forse dopo mia morte) il mondo si sara* persuaso della realita* della mia scoverta, diverra* un gran fenomeno del cielo letterario, da produrre estrema maraviglia, come nessuno per tanti secoli si era mai di cio* accorto. E produce stupore a me medesimo, quantunque da tanto tempo sia avvezzo a contemplare un tal fenomeno. Pare incredibile e pure e* vero. Uno e* il talismano, il parlar doppio: a questo tendeva tutta la loro industria, questo era lo spirito della scuola, a cio* avvezzavano i catechismi settari. Per esempio: Dante nel Convito (ch'egli scrisse per maggiormente spianare la Vita nuova, come chiaramente dice) pare che tratti delle canzoni amatorie; e tutta la sua industria e* nel far parere cio*; ma pure tratta delle tre cantiche, ch'ei pure chiama canzoni (vedi 1a terzina del XX dell'Inferno). Ha invertito l'ordine / della Commedia, poiche@ nella 1a canzone tratta del Paradiso, nella 3a dell'Inferno, e nella media del Purgatorio. E il libro De monarchia e* della stessa tempra. Con queste tre opere, che si gettano scambievole lume, l'interpretazione della Commedia non la fo piu* io, perche@ la fa Dante medesimo. Ma prima di poterne venire a capo bisogna scrivere assai, non meno di 300 pagine; e mi sento forze bastanti a far cio*, ve ne assicuro. Il fatto vi fara* vedere che non e* millanteria. Qual libro prezioso sarebbe l'Acerba&4, se potesse aversi intera! Ma secondo leggo in Ginguene@, nella nuova Biografia universale, stampata in Parigi, l'Acerba e* tutta mutilata dal Sant'Ufficio. Or, se quel poco che ne rimane basta a mostrare che e*, pensate che cosa farebbero le parti soppresse. Ecco le quartine del sonetto&5 di Guido Orlandi a Guido Cavalcanti: Onde si muove, o donde nasce Amore? Qual e* suo proprio luogo, ov'ei dimora? E* e' sustanzia, accidente, o memora? E* cagion d'occhi, o e* voler di cuore? Da che procede suo stato o furore? Come fuoco si sente che divora? Di che si nutre? Domand'io ancora come, e quando, e di cui si fa signore? Ma oltre questo esempio in cui un uomo chiede, ed un altro uomo rispondendogli lo chiama donna, altri ne ho raccolti. Eccone uno che e* citato dal Redi in una sua lettera. Pierozzo Strozzi manda una canzone a Niccolo* Soldanieri, la qual comincia: Per caso avverso mia partita avaccio, e dov'io vo non so, e pur mi movo, e mio animo trovo gia* fisso in luogo che non fu giammai. E 'l Soldanieri risponde a questa canzone con una ballata, che comincia: Molto mi grava, Donna, il tuo partire, e bene penso sol per te morire (cioe* pensando alle tue traversie, penso fingermi o farmi guelfo.) Poco dopo avervi mandato i versi sulla luna bugiarda&6, mi e* venuta una miglior fine da sostituire all'altra, e ve la voglio trascrivere, perche@ puo* associarsi con maggior garbo alla vostra idea: Se al contrario tu l'intendi, le sue fasi assai comprendi. S'e* Crescente segna un D, Decrescente segna un C; e nemica ognor del vero, quando e* tutta segna un zero. Oggi medesimo passero* dal signor Molini per dargli il MS. Voi mi giudicherete trascurato per non avervi ancora mandato le rime antiche annesse alla Bella mano&7; ma ne ho domandato a 6 diversi librai, e non ho potuto rinvenirne. Son qui piu* rare di quel che credeva. Non ho avvertito il signor Molini che bramate il comento del Boccaccio: mea culpa; ma il pericolo della mia cara bimba mi scusera*. Ho ricevuto in questo momento la terzina del Quadriregio sul corvaccio, che vi e* a maraviglia dipinto, e ve ne ringrazio. Che malefico animalaccio! So che un galantuomo di garbo lo ha rimproverato di quella mala azione, ed egli l'ha negata, dicendo che egli sa che quello e* un MS lasciato da Foscolo, che altri ha fatto ora stampare; il che e* impossibile. Come supporre il Foscolo / autore di siffatte sciocchezze? E poi il Foscolo e* morto due o tre mesi prima ch'io publicassi il secondo volume, e in quella censuraccia&8 si parla intanto del secondo volume, che Foscolo non aveva veduto per ombra. La conosciuta malignita* del Corvaccio basterebbe a mostrar di chi e* quel mucchio di scherni e maldicenze; a cui si aggiunge la nulla filosofia critica con un po' di memoria di libri mal letti e peggio digeriti; il che costituisce il carattere di quell'animalaccio che si delizia delle carogne, e fugge i vivi e li detesta. E* un otre gonfio di vanita*, che vomita maldicenze a tutto pasto, indiscriminatamente, contro tutti. Che saggio di galantuomini manda l'Italia in Inghilterra! Il male e* che non posso smascherare quello sciocco maligno impostore che chiamo* impostore me. Pazienza. La mia mala sorte in questo paese, e il non avere i mezzi per cambiarla, mi ha reso tollerante sino all'apatismo. Seguo a scrivere per abito fatto, ma senza stimolo, ne@ di gloria, ne@ di guadagno. E* questo il periodo piu* fatale della mia vita. E come no, se veggo i miei malevoli aver larghe strade a nuocermi e senza intoppo correre alla esecuzione, mentre i benevoli che si sono sforzati di giovarmi han trovato cento impedimenti al loro cammino? Che non avete fatto Voi, o Signor mio, per fare inserire una rivista favorevole del mio lavoro nel Quarterly? E prima vi cambiarono le carte in mano (come suol dirsi) e poi vi delusero totalmente. Non piu* di cio*. Avrei dovuto ricopiare di nuovo il MS che vi mandero*, a cagione delle aggiunte che troverete ai lati; ma mi manca tempo e coraggio, e rifido della pratica che avete presa della mia scrittura. Eccetto la mia figliuola di cui vi ho descritto lo stato, tutto il resto della famiglia va benissimo, e massime il vostro figlioccio grasso grosso scherzevole ed amoroso. Mia moglie vi presenta i suoi distinti saluti, ed io mi ripeto qual sono, Obbligatissimo servo, G.Rossetti. 1Maria Francesca, nata nel 1827. 2Cioe*, un sonetto che illustrasse l'uso del gergo. 3Il noto poema allegorico-dottrinale di Federico Frezzi, vescovo di Foligno. 4Il poema dottrinale di Cecco d'Ascoli. 5Richiesto dal L. con lettera del 5 febbraio 1829. 6Cf. nell'Introduzione le allusioni alle fasi della luna. 7Il canzoniere di Giusto de' Conti (1389-1449). 8Cf. lettera 8, nn. 2, 4. 13 lunedi* 9 di marzo 1829 Carissimo Signor mio, Venerdi* la sera, cioe* 3 giorni indietro, il vostro figliuolo, tornato di recente in Inghilterra, ha avuto la bonta* di venir da me, e non trovandomi, mi ha lasciato un biglietto in cui mi esprimeva il desiderio di vedermi. Son andato da lui il di* seguente, e mi ha detto che Mr Lockhart e* prontissimo a porre l' articolo riguardante il mio lavoro sul Quarterly Review, e che lo porra* con quelle modificazioni ed addizioni che si crederanno opportune. Ha detto di piu* che son essi persuasi esser la materia si* difficile che non possa esser trattata se non da chi ha fatto uno studio esteso, profondo e peculiare su quel genere di letteratura; che ambi essi si dichiarano non avere le condizioni richieste a farlo, che lo rimettono percio* a persona che abbia l'espressa qualita* , unita a tal buona fede da attirarsi la loro fiducia; e che giudicano che una tal persona non possa esser altri che Voi. Eccovi dunque posto nel caso di dir liberamente il vostro giudizio, senza trovare piu* opposizione dalla parte loro e senza che niun riguardo vi trattenga dalla parte mia. Dite francamente quel che ne pensate. Il vostro figliuolo mi ha spiegato il motivo pel quale l'articolo non fu posto prima, e dobbiamo principalmente rifonderlo alla sua assenza dall'Inghilterra. Egli voleva farlo fare qual ora brama che sia fatto, e quindi penso* di ritardarne la publicazione. La cagione dunque e* tutt'altra che quella che ci figurammo, e dobbiamo esser contenti di un ritardo che puo* produrre un articolo migliore. Ei mi ha soggiunto che quel tale, il quale ha fatto quell'amara censura sul Foreign Review, e* andato dicendo che io aveva riconosciuto per vero e giusto tutto quello che era stato da lui scritto contro il mio lavoro, e avea ceduto le armi dandomi per vinto. Vedete che cosa quel Corvaccio fetido va spacciando! Vedete che cosa va dicendo di me per tutte quelle villanie e falsita* che mi ha vomitato addosso! Mi fa piu* rabbia questa millanteria che quella bricconata che mi ha fatta. Io riconoscer per vere quelle censuracce false e quelle lazzaresche contumelie! / Avete ben ragione di ringraziare Iddio che un tal bipede non sia nato in Inghilterra. Vostro figliuolo mi ha domandato se io poteva rispondere a quelle critiche, ed io ho risposto che non solamente poteva, ma lo aveva gia* fatto, e che la mia confutazione era in vostra mano. Egli poi mi ha espresso il desiderio che non si rispondesse a quel maligno direttamente, e neppur nominandolo, ma che solo nell'esposizione del mio sistema d'interpretazione si mettessero in veduta tutte le cose che valgono a distruggere quelle censure. Io in parte questo l'ho fatto nel primo MS che vi ho mandato, e Voi potrete regolar questa faccenda come meglio vi aggrada. Se credete che debba rispondersi direttamente, non vi rattenete dal farlo, se indirettamente, ne avete tutti gli elementi. Io per me vorrei rendergli pan per focaccia, ma Voi giudicherete meglio di me, che sono sdegnato contro quel velenoso animalaccio, non so se piu* maligno o piu* presuntuoso. Spero che ne' due MSS troverete quanto e* necessario, oltre cio* che e* stampato ne' due volumi, per modificar l' articolo gia* fatto, o per farlo da capo; ma se qualche cosa di nuovo vi occorresse, o qualche pruova di piu*, o qualche ulteriore dilucidazione, eccomi pronto per quanto le mie forze valgono. Quello che ho taciuto per brevita*, posso scriverlo ora. Per esempio, posso dir che Boccaccio e* d'accordo con Dante nel qualificare Firenze come citta* del foco, poiche@ nel Ninfale d'Ameto scrive che Marte, che fece uscire una chiara fiamma da la terra (pag.131), per quel fuoco utile ad ogni cosa (pag.132) ebbe l'onore di nominare la citta* di Firenze (ivi): per tal mezzo furbesco Firenze e* dichiarata la citta* del foco, entro cui Vulcano produsse spaventevoli fiamme (pag.135). Oltre quanto ho detto per dissipare la difficolta* che Dante finga esser entrato in Dite, mentre non mai storicamente rientro* in Firenze, posso aggiungere che anche altri esuli, che non mai in Firenze potettero entrare, finsero poetando esser cola* dentro iti; e tale e* Fazio, imitator di Dante, nipote di Farinata, il quale quantunque esprima che, per odio a quel suo antenato ghibellino, ei non mai potette ottenere di penetrar cola* dentro, pure immagina di esservi entrato. Parla dell' esilio dato al sangue di Farinata e dice: I cittadini stati son si* crudi in quarto grado&1 al figliuol del figliuolo (Lib.ii, cap. 28) Poi, fingendo essere entrato a veder Firenze, scrive: Io vidi molti luoghi ricchi e cari, ma sopra tutto mi piacque il Battista&2. Stato piu* giorni li*, partimmo . . . Ond'io piangea, fra me dicendo: "Ahi lasso! Ritornero* piu* mai a rivedere questo caro terren che ora passo.' (Lib.iii, cap. 7) Qual meraviglia dunque che Dante abbia fatto altrettanto nel suo poema? Ho mostrato che Dante considero* Roma papale come corruttrice del tempo e depravatrice del mondo. Ma oltre quanto ho detto, avrei molti passi del Paradiso per provar lo stesso. Per esempio: al termine del canto XVIII di quella terza cantica dice che la giustizia e* effetto di Giove; e poi brama sapere ond'esce il fumo che vizia il raggio di Giove. E prega Cristo di adirarsi altra fiata del comperare e vendere dentro al tempio, perche@ coloro che sono in terra erano tutti sviati dietro al male esemplo. Ed altro segue a dire di non men forte. Vado accennando cosi* di lampo una cosa ed un'altra per mostrarvi che di ogni cosa detta avrei potuto fare piu* estesa dimostrazione. Oh, quanti esempi del parlar doppio ho preteriti! Per esempio: le gare scandalose fra Bonifacio VIII e Filippo il Bello nacquero dall'avidita* del Re francese , che mise imposte gravissime sul clero per arricchirsi: ogni storico cio* narra, e ci fa sapere quanto l'irruente re cagiono* di crepacuori e sgomenti al Papa col suo clero romano pei violenti suoi modi. Or il Boccaccio nell'Amorosa visione , dopo aver dipinto Carlo d'Angio "quel Carlo ardito ch'ebbe il maschio naso', parla di Filippo suo nipote, intento a far denaro, dicendo: Il nipote vid'io di quel nasuto, dando tai colpi sopra un monte d'oro che spaventar fea nell'Inferno Pluto. (Canto 14) Ma di nulla posso fare una si* estesa e fortissima dimostrazione come dell' essenza furbesca del gergo sacro. Punto essenzialissimo e* questo, e forse mi determinero* a scrivervi una dozzina di pagine addizionali all'ultimo MS per estendere e consolidare, anche piu*, siffatta materia. Moltissime sono le pruove, e piu* ancora i documenti relativi da smascherare la falsa divozione di que' profanatori; o per meglio dire, da mettere in vista la fatal necessita* che li strascino* a quel passo e a quella pratica, la quale continua ancora nelle sette segrete. Io posso giurarvi, sull'onor mio, che in Carboneria (la quale e* una riforma della Mac%onnerie e la quale io conosco sino ai suoi ultimi gradi, mentre nella Mac%onnerie non giunsi si* oltre), dove tutto e* passione di Gesu* Cristo ne' gradi primi, al termine vien dichiarato che quelli son puri emblemi. Gesu* Cristo morto diventa l'Uomo oppresso dalla tirannia e dalla superstizione, e il Papa diviene Erode o Pilato, servo e ministro del diavolo , che lo condanno* alla morte. Tali catechismi sono stampati, tutti possono leggerli, ed io potro* parlarne citandoli senza fare ingiuria ad alcuno. Quando raccostero* simboli e fatti tra le antiche sette e le moderne, vedrete che queste sono una continuazione di quelle, sicurissimamente. Questo sara* il punto piu* essenziale delle mie scoverte, il dimostrare che quegli scritti nella parte sacra sono muratori, mascherati con un'arte impercettibile . Il campanello. Il vostro servo obbligatissimo G.Rossetti. 1Ch'era appunto esso. (R) 2La chiesa di S.Giov.Battista. (R) 14 27 di luglio 1829 Carissimo Signor mio, Mille scuse se non ho scritto subito come ho promesso. Un affare, o piuttosto una condiscendenza al desiderio d'un amico, m'ha portato fuor di Londra per due settimane . Al ritorno che feci sabato la sera (oggi e* lunedi*), lessi l'altra vostra gentilissima, in cui mi mandate un saggio di libera traduzione di quella esposizione ch'io feci del I canto della Divina commedia. L'ho letta con attenzione due volte ieri mattina e credo, per verita*, che poco o nulla abbia ad osservarvi. Pure a mostrare la mia buona voglia cerchero* di porre a pie* di pagina qualche nota che valga meglio a rischiarare il mio sistema d'interpretazione. Quanta pazienza vi conviene aver con me, quantunque ad altro non miriate che a promuovere il mio bene! Ma che volete? Un amico, a cui fin dall'anno passato aveva promesso di andare a passar secolui in campagna qualche paio di settimane, e* venuto a reclamar la mia parola, ed e* bisognato cedere alla dolce violenza. Altronde era stanco delle fatiche e delle applicazioni, e bisognava prendere un po' d'aria . Malgrado di cio* ho portato meco alquanti libri, e non ho cessato ne@ di leggere ne@ di scrivere. A qual punto di certezza critica, e posso dire anche storica, posso oramai portare questo affare del gergo settario antipapale. Credereste? La massima parte di quelle commedie antiche italiane che paiono si* assurde e si* futili qualche volta, e* tutta messe per la mia falce. Quelle commedie son del secondo genere delle greche, cioe* satire acerrime coperte da un leggier velo, e con nomi convenzionali / in cui principalmente consiste il segreto delle chiavi. Ma parlano talvolta si* manifestamente e con tanta audacia che fa maraviglia come non sieno state prima intese. Tale e* per esempio la commedia intitolata La spina di Lionardo Salviati, in cui i due agenti principali sono Falso Ghibellino (sic) e Falso Guelfo (sic), che figurano le due parti del gergo personificate, e che, dopo varie avventure, tutte significanti, si riconoscono fra loro mostrandosi a vicenda due chiavi fantastiche (sic), per mezzo di cui riconoscono la loro comune origine a lume di luna piena (sic). L'autore parla si* spiattellatamente che quasi non ha bisogno di comento. Que' due personaggi allegorici cambiarono nome per segreto patto in tempo di persecuzione, promettendosi di levarsi la maschera a migliore stagione, il che fanno; quindi si riconoscono fra loro mostrandosi quelle due chiavi fantastiche, e cosi* il falso ghibellino si scopre per vero Guelfo e 'l falso guelfo pel vero Ghibellino. Piu* significante e* ancora la seconda commedia del Salviati intitolata Il granchio, il quale parla con due bocche, cioe* con parlar doppio. Non ve ne dico nulla perche@ dovrei dirne troppo. Dello stesso genere sono le commedie (non ridete, per carita*, perche@ il fatto mostrera* che non v'e* da ridere) di Ariosto, del Machiavelli, del Firenzuola, dell'Alamanni, ecc. E piu* di venti ne ho esaminate. Cessate quelle prime persecuzioni, ed all'ombra del sacro velo con cui si coprivano, osavano parlar si* chiaro che ogni cosa divien visibile e tangibile; ma chi ignora le chiavi loro (che poco differiscono da quelle di Dante, anzi son le stesse alquanto modificate) nulla ne intende. Dato in mano il doppio anello, com'essi dicono, tutto si fa pellucido e trasparente. Posso dirlo? Non importa che ridiate: l'Orlando innamorato e l'Orlando furioso e 'l Morgante maggiore son della stessa famiglia settaria. Che congiura di dotti contro il papismo! L'aver capite le chiavi del Boccaccio mi ha agevolata / la via ed aperta la porta a tanti laberinti. Chi mi sente parlare (benche@ io non parlo che solo a voi) mi prende per matto sicurissimamente. Ma quando con poche chiavi si apriranno tutte queste moli complicate, non si dira* piu* cosi*. Dopo le mie dimostrazioni, che oramai chiamero* matematiche, si riconoscera* dal mondo quanta influenza abbiano avute le sette antipapali al gusto, alla civilta* e alla publica istruzione dell'Europa. E dico dell'Europa, perche@ quello che facevano gl'Italiani lo facevano del pari e Francesi e Spagnuoli ed Inglesi. Anzi quest'ultimi son riconosciuti dagli storici in gergo, cioe* dai romanzieri, come padri vetusti e propagatori di quella scuola segreta: il che viene adombrato con la finzione della tavola rotonda di Arthur, figlio di Pan-dragone (Pan-tera, Pan-philo, ecc.) e fratello della Fata Morgana. Io non avrei mai pensato a rivolgermi a questi che paion sogni insignificanti, se non mi ci avesse fatta fare attenzione il Boccaccio e gli scrittori di commedie antiche. Addio, caro Signore. Son obbligato di uscire. Mercoledi* la sera vi mandero* "senza il minimo dubbio' l'esposizione vostra con le mie note ed una lunga lettera. Mrs Rossetti, che vi saluta cordialmente, perche@ me lo dice, e i miei due bimbi, che vi baciano la mano, perche@ lo desidero, sono per andare alla picciola campagna&1 di Polidori per una quindicina di giorni; ed io restero* solo solo come un romito. Umilissimo ed obbligatissimo servo Gabriele Rossetti. 1La casa a Holmer Green nella contea di Buckingham. 15 _<3 agosto 1829_> Carissimo Signor mio, Ben io lo sapea che nel Quarterly Review nulla del mio Dante nell' ultimo numero si trova; e nello scrivervi due volte non ho voluto farvene motto per non eccitare in voi dispetto e rammarico, di cui io sono oramai la non colpevole cagione, e ne ho vera pena. Lo veggo, lo sento, l'ingiuria che ci si fa, la canzonatura che ci viene usata riguarda omai piu* voi che me; ma non so contro chi dobbiamo prendercela. Veggo pero* riguardo a questo affare una certa condotta assurda, di cui non so affatto veder l'oggetto. Mi spieghero*. Io mi avea gia* messo l'animo in pace, e piu* non pensava al Quarterly Review, e non mi sarebbe mai piu* caduto nell'animo far tentativi che avessero potuto espormi a qualche nuovo rifiuto. Era in questo stato nel mese di febbraio dell'anno corrente, quando, tornando una sera a casa, trovai un bigliettino del vostro figliuolo, scritto in mia casa medesima, nel quale mi dicea in maniera positiva che si sarebbe messo sul Quarterly Review qualunque articolo io volessi dare sul mio Dante, o quello stesso ch'era stato fatto, modificato a mio piacere. Che il non essersi publicato prima non derivava da altro se non dalla sua assenza dall'Inghilterra; ma che ora, essendo tornato, si sarebbe riparato al piu* presto a questa trascuraggine. Vi giuro sulla coscienza che questo ed altro ancora vostro figlio mi scrisse, aggiungendo che bramava vedermi, e mi domandava quando poteva trovarmi in casa. Io lo prevenni e andai da lui. Mi ratifico* piu* estesamente quanto aveva scritto; e fu allora ch'io vi scrissi, eccitando la vostra bonta* per me&1, del che ora quasi mi pento. Voi a / mio riguardo vi siete tanto affaticato; avete scritto con una certa parsimonia per non incontrare difficolta* negli editori; avete in parte combattuto per politica cio* di cui eravate persuaso; avete quasi negato quel che credevate, scrivendo (secondo una vostra frase) contro coscienza riguardo al gergo; avete destreggiato con prudenza, avete anche sofferto qualche mortificazione per me ... e dopo tutto cio*? Nulla! Or volevan essi, o non volevano? Se si*, perche@ non l'han fatto? Se no, perche@ venire ad invitarci nel punto che piu* non ci pensavamo? Perche@ venire a trar dalla tomba un affare che queto vi dormiva, quando pensavano rigettarvelo di nuovo? Io confesso che, dopo avere spiegato gli enigmi di Dante, non so spiegar questo. Ma da chi puo* cio* derivare? Dal vostro figliuolo nol credo affatto, perche@ sarebbe una stravaganza indefinibile; da qualche altro sicuramente, e poco mi curo di saper da chi. E vi prego, per quanto vi e* caro il vostro riposo, di non pensarvi piu* affatto voi stesso. Vi cerco mille scuse pei disturbi che vi ho, non volendo, cagionati; mi protesto a voi obbligato come se la vostra straordinaria bonta* per me avesse avuto il miglior effetto possibile, giacche@ non e* rimasto da voi che non avesse buon esito; e vi esorto, vi scongiuro, per la quiete dell'animo nostro, a non pensarvi piu*, almeno a non pensar piu* a quest'Oracolo del secol nostro. Vi assicuro che seppellirei Dante con tutt'i suoi comentatori, se potessi mai dubitare di espormi ad altri dissapori e disgusti di tal sorta. Ma avendone oramai fatto un oggetto di mero mio divertimento e compiacenza, mi restringo a conoscer io e a comunicar a voi una sacrosanta verita*, alla cui luce gli altri voglion chiudere gli occhi, credendosi troppo veggenti. E* troppo bella la mia scoperta, troppo importante per la letteratura europea per doverla cosi* abbandonare. Troppo e* quello che ho di recen/te scoperto, e di troppo certezza ineluttabile per dovermi ritrarre dal mio cammino sul coglier del frutto che ho tanto ricercato. E so dirvi che, se cio* che ho scoperto ora lo avessi scoperto prima di stampare i due volumi di Dante, questi cani rabbiosi non avrebbero osato tanto baiare. Io ho veduto dapprima la verita*, ma non avea tutte le armi a squarciarne di un colpo i tanti veli. Quel che ho detto pero* dovea bastare a far riconoscere che non era sogno il mio, come lo han riconosciuto tutti que' dotti sinceri e non superficiali che han voluto leggere senza animosita*. Ho ricevuto nuove d'Italia che mi fan sapere il mio Dante divenir piu* accetto che prima e il mio nome piu* stabilito. Il colonnello Leicester Stanhope&2, che di la* viene, mi ha narrato cose che mi farebbero invanire, se non conoscessi il nulla di tai fole. Mi premerebbe pero* il trionfo della verita*; ed ho intima e firma persuasione che, se stampassi quel che ho per le mani, non ci sarebbe piu* che dire. Non e* mica cosa da nulla il dare tutt'insieme il mezzo di guardare in fronte e senza velo Petrarca, Dante, Boccaccio ed altri di eta* in eta* per la lingua italiana; e mostrare che cio* puo* egualmente farsi della letteratura antica francese, inglese e spagnuola; e quel ch'e* piu*, il far vedere che esse derivano da una sola fonte segreta, cioe* dalla setta antipapale che aveva infiniti proseliti; mostrare di piu* con le loro medesime testimonianze la piena intelligenza che di tai cose avevano, che gran parte della fortuna che quelle opere facevano, e dell'avidita* con cui erano ricercate e lette, si deve a quel significato segreto che il solo volgo non conosceva, contentandosi della nuda scorza. Ve lo ripeto che quel che vi dico dee parervi una specie di pazzia; ma pure diverra* verita* dimostrata. Io posso spiegare tutto il Decamerone e gran parte del Petrarca; e nell'esaminare costoro ho capito quello che non aveva prima pene/trato in Dante. Quai nuovi lumi mi son venuti agli occhi per alcune parti del Purgatorio e pel sistema generale del Paradiso! Quelle lodi date a San Domenico, come persecutor di eretici, ed a San Francesco, come apostolo della poverta*, quelle stesse confermano l'essenza segreta della setta; e se non vi fossero, avrei un dato di meno. Avea promesso che riceverete questa lettera fin da 5 giorni indietro, e di piu* il vostro scritto; ma ho dovuto far cosa che me l'ha impedito; e non ancora posso ricopiare un tratto che vi manca e che faro* al piu* presto. Se vi riuscisse d'appurare qual fu la cagione che non ha fatto partorire per noi quell'oracolo del secolo, servirebbe a soddisfare una curiosita* e a darci la spiegazione di un enigma. Ma non ve ne brigate per altro, ve ne scongiuro caldamente. Io non me ne curo piu*: la malevolenza altrui mi ha reso si* apata che ho perduto ogni gusto alla gloria; e omai non istudio che per soddisfare la mia curiosita*. Veggo che per me in questo paese l'e* finita e che, rimanendo confuso con cento, i quali non san far altro che balbutir nomi e verbi, non mi resta a far altro che fare il pedante e morir tale. Tolto che mi avro* tutto il debito, voglio riguardar con orrore la stampa che me lo ha fatto contrarre. Se potro* trovar chi voglia comprare qualche MS, bene, altrimenti non faro* mai piu* il ballo in piazza. Mrs Rossetti, che non e* ancora andata alla campagna per qualche accidente, sta bene e vi presenta i suoi ossequi; ed io sono sempre Il vostro obbligatissimo servo Gabriele Rossetti. 1Cf. lettera 13. 2Il colonnello, a cui il R. era stato presentato dal generale Pepe, aveva appoggiato la sua candidatura per la cattedra di letteratura italiana nell'Universita* di Londra.